C’era una volta la confessione. Si dicevano al prete i propri peccati, dichiarandosi pentiti. Oggi la pratica, peraltro totalmente gratuita, è in disuso e si preferisce pagare profumatamente lo psicologo o lo psicanalista, che oltretutto non sono collegati a Dio ma più modestamente alla Asl. Penso però che neanche a loro qualcuno dica le proprie colpe. Perché nessuno ammette più di averne. Nelle molte interviste estive ai vari personaggi dello spettacolo, il bello arriva quando il giornalista chiede al personaggetto quali sbagli pensa di aver commesso o quale difetto ritenga di avere. Le risposte fanno sbellicare dal ridere: sono stato troppo buono, non ero abbastanza arrivista, mi sono comportato in modo troppo onesto, non ho accettato compromessi, ho rifiutato di andare a letto con il produttore, non mi sono iscritto al partito, e così via. Vigliacco se ce n’è uno o una che azzardi l’ipotesi che esistevano molti cantanti o attori migliori di lui o lei, che magari nel periodo di Sordi, Tognazzi, Gassman e Manfredi oppure di Celentano, Mina, Battisti e Dalla, sarebbe stato necessario un talento stratosferico per rimanere sotto i riflettori. Macché! Colpa del mondo infame e cattivo, mentre noi non abbiamo voluto essere stronzi come gli altri. Eppure confessarsi, piangere, scusarsi fa benissimo alla salute mentale e all’equilibrio psichico, mentre crogiolarsi nel penoso narcisismo autoassolutorio gonfia di rabbia e di nevrosi. Proprio il contesto malsano in cui siamo immersi. Chissà il prete e lo psicanalista che cosa rispondono ai loro parrocchiani o pazienti che gli confessano convinti le loro virtù e denunciano indignati i peccati e le colpe degli altri?
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“C’era una volta la confessione. Si dicevano al prete i propri peccati, dichiarandosi pentiti.” – LA CONFESSIONE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



