LA CRESTA DELL'ONDA


Editoriale del 17 novembre 2014

Non è un caso se del più grande scrittore americano vivente possediamo solo tre fotografie sgranate, scattate ai tempi della gioventù in marina. Nessuno oggi saprebbe attribuire il nome Thomas Pynchon a un volto. Un capolavoro lungo un’esistenza e culminato in un’epoca fondata sull’autopsia a buon mercato della realtà. Non è un caso se nell’ottavo romanzo del quasi ottantenne newyorkese sia difficile trovare una massima per aprire una riflessione o un articolo. “La cresta dell’onda” (Einaudi, euro 21) è un gigantesco aforisma dedicato al caos, a quello perenne, come nei romanzi precedenti, e a quello contemporaneo generato, diciamo, negli ultimi vent’anni. Tutta colpa di repubblicani e neocapitalisti, epifanie postmoderne del male vestito in giacca e cravatta. “La cresta dell’onda” è un titolo malamente arrangiato sull’originale, “Bleeding edge”, che gioca sui diversi sottosensi ma significa letteralmente “margine\spigolo\limitare sanguinante”. Insomma, le avanguardie del progresso bucano un limite e lo fanno sanguinare. “La cresta dell’onda” rimarrà per molti decenni e forse per sempre il miglior documento sugli attentati dell’11 settembre e sull’America che ha messo il naso nel nuovo millennio. L’intreccio degli eventi è intricatissimo e irrilevante. Pynchon fa vivere decine di personaggi isterici, deformi e divertentissimi, più veri del vero. Sono personaggi privi di psicologia, perché la psicologia in letteratura (e negli editoriali) ha rotto i cabasisi e nel caos degli umani esiste solo la cronaca di azioni e attitudini infinite in una sommatoria amorfa, fluida, indefinibile, aggettante. Ne deriva un linguaggio totale, anarcoide, e una conoscenza spropositata delle cose. Cose, cose, cose. Pynchon conosce tutto, dalle leggi della macroeconomia ai personaggi dei cartoni animati e dei videogiochi. Ma non vi fracassa le palle come Joyce. Vi fa ridere di un incubo quotidiano che si è già disteso nel futuro. La protagonista si chiama Maxine e il romanzo, credo, si definirebbe noir. E basta con questa cazzo di psicologia. Fate come Pynchon. Spariamo. Per leggere le cose del mondo

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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