Il giorno precedente alla prima comunione don Michele ci convocò tutti in sacristia spiegandoci l’importanza della confessione.
E coì, bambini, ci sedemmo zitti e muti nei banchi della chiesa per aspettare il nostro turno.
In ordine alfabetico.
Quando toccò a me, mi inginocchiai, mi segnai con la croce e don Michele, grasso come una barrique e di equipollente altezza, recirò velocemente una formula che non ho mai capito.
Poi iniziò.
“Hai mai disobbedito ai tuoi genitori?”
Ci pensai un istante. “Deve essere scimunito”, dissi fra me e me.
“Allora?”
“No no”, e come avrei potuto? La disobbedienza non era contemplata nella rigida pedagogia barbaricina. Mamma aveva sempre a portata di mano il famoso battipanni che non ha mai utilizzato per battere i panni ma solo per i nostri deretani. A proposito: che fine hanno fatto i battipanni? Non ne ho più visto in nessun negozio.
“Hai mai disobbedito agli insegnanti?”. Sempre più scimunito, ripensai Gli insegnanti avevano una rigorosissima bacchetta di agrifoglio con la quale ci trucidavano al minimo sbadiglio, figuriamoci una disobbedienza.
“Allora?”, urlò spazientito.
“No no”, replicai.
E lui, impavido:
“Ti tocchi?”
Non ebbi dubbi.
“Certo che mi tocco”.
Mise la testa fuori dal confessionale e, digrignando i denti, domandò “Quando?”
“Sempre”, risposi.
“Di mattina o di notte?”
“Di notte dormo”
“Di mattina?”
“Mi lavo, mi vesto”.
“E ti tocchi”
“Certo: per lavarmi e vestirmi mi tocco”
“Non così…ti tocchi laggiù?”
“Laggiù dove?”
“A sa natura”, mi disse in sardo.
“Certo, se devo pisciare mi devo toccare a sa natura”.
Si spazientì. E di molto. Mettendo il capo fuori mi urlò, sempre digrignando i denti: “Mi sembri troppo furbo. Non fare il furbo con me: ti tocchi?”
“Perché si arrabbia se mi tocco?”
“Perché diventerai cieco”.
“Cieco?”
“Cieco, cieco.”
Mi guardai le mani sconsolato.
“Ripeto: ti tocchi?”.
Ero sul disperato andante.
“Mi tocco”, risposi esausto.
“Tre pater ave gloria, tre avemarie e tre padrenostri. Ego te absolvo a pecatis tuis”.
“Tre cosa?”
“Devi recitare, appena esci da qui, tre pate aver gloria, tre avemarie e tre padre nostri”
“Tutta questa roba?”
“Tutta, tre pateravegloria non bastano. E non toccarti più”
Quando tornai a casa, babbo stava ungendo il formaggio.
“Cambiati, poi scendi in cantina e aiutami” mi ordinò.
“Non posso”, gli risposi.
“Perché”.
“Don Michele ha detto che non posso toccarmi altrimenti divento cieco”.
Babbo ci pensò un attimo.
“Ite ballalloi de preide”, mi disse: “In presse, cambiadi e beni.
Mi cambiai e scesi.
Ungemmo il formaggio.
Poi ci lavammo le mani e andammo a cenare.
“Ite ballalloi de preide”, ripetè Albino mentre tagliava un pezzo di lardo aspettando il minestrone.
“Lardu tinde sego”.
Annuii.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Ti tocchi?”
Non ebbi dubbi. “Certo che mi tocco”.
Mise la testa fuori dal confessionale e, digrignando i denti, domandò “Quando?”
“Sempre”, risposi.
“Di mattina o di notte?”
“Di notte dormo”
“Di mattina?”
“Mi lavo, mi vesto”.
“E ti tocchi”
“Certo: per lavarmi e vestirmi mi tocco”
“Non così…ti tocchi laggiù?”
“Laggiù dove?”
Da LA MIA PRIMA CONFESSIONE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



