LA PODEROSA B E LA FIGLIA DEL PITTORE ANDALUSO


Editoriale del 24 aprile 2017

Il padre di Paola è stato docente universitario, cioè fa il pittore andaluso e ora è venuto a trovare la figliola in Palestina. Lei gira da dieci anni i poveracci di qui e di lì, lavora per una ONG spagnola. Da queste parti si occupa di “women empowerment”, cioè di aiutare le donne palestinesi a migliorare la propria condizione. A me risalgono un po’ i succhi quando sento la koinè della burocrazia filantropica mondiale, soprattutto se pronunciata con autocompiacimento. Stessa cosa fra i militari NATO, “peace enforcing”, implementazione della pace diciamo, che vuol dire guerra diluita. Mi guardo intorno allo Snow Bar di Ramallah e vedo tutta la giungla degli espatriati nella capitale di Palestina. Zeppo che fa spavento, Europei, Americani, Australiani, la gioventù florida e accorata che lavora come cerotto nel disastro locale. Fumano, l’alcool gli stilla piano nelle vene e si sentono esotici e si arrapano. “Sai, le donne che aiutiamo hanno lasciato la divisa da soldatesse e ora lavorano in piccole aziende, cucito, ceramica eccetera” mi spiega impettita Paola la figlia del pittore andaluso, che presto vorrebbe trasformare l’esperienza in un dottorato e chissà forse in un libro. Mi faccio un’altra panoramica del bel locale all’aperto, stile di canne e funi che pare la Tailandia profonda e lo so, lo so che sono bravi ragazzi, generosi e nondimeno appesi a pregiudizi verso le culture che ritengono inferiori. Avrei anche replicato a Paola la figlia dell’architetto dell’Andalus, obiettando che le ONG sono il sistema globale che serve a disinnescare la giustizia sociale e mantenere l’egemonia dei paesi ricchi verso quelli miserabili, per sciacquarsi cristianamente l’alito fetente rimontato dalle budella. Tenere i pesci all’amo appena sotto la superficie senza mai liberarli, senza mai insaccarli per la frittura. Che quelle donne erano la gloria del sangue e dei fiori e delle lune nel verde oliva delle casacche, sostituite grazie al pio e peloso volontariato occidentale dalle prefiche chiuse nei veli. Che se proprio volesse aiutare i palestinesi dovrebbe stare a casa e prendere d’assalto il governo finchè non assume una posizione decente nei confronti dello scandalo israeliano. Che dovrebbe riappropriarsi di quella cosa chiamata politica piuttosto che zuzzurellare nell’erasmus prematrimoniale. Che è tutto solo e formidabilmente business, che il dollaro la trapassa proprio mentre immagina di reagire. Che questa comunella crocerossina mondiale è in realtà una sabbia di solitudini e una deriva lontano dall’essere altrui. Ma è una fatica che finisce in sconfitta certa, e poi mi scappava la piscia. Così tornato dal cesso ho agganciato David e con lui ho parlato di Nadal e della Poderosa B, che mi aspetta a casa come un bufalo indomito e serafico addormentato nella prateria immensa.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

Mi guardo intorno allo Snow Bar di Ramallah e vedo tutta la giungla degli espatriati nella capitale di Palestina. Zeppo che fa spavento, Europei, Americani, Australiani, la gioventù florida e accorata che lavora come cerotto nel disastro locale. Fumano, l’alcool gli stilla piano nelle vene e si sentono esotici e si arrapano. (da LA PODEROSA B E LA FIGLIA DEL PITTORE ANDALUSO – Editoriale di Luca Foschi)

snow bar Ramallah

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