L’intervista pubblicata su L’Unione Sarda da Francesca Melis a Valentina D. – laureata in architettura, programmatrice informatica in una grande azienda e oggi attrice porno – mi ha riportato alla memoria una strana emozione provata in adolescenza, quando per la prima volta sentii parlare di una prostituta laureata.
Negli anni Quaranta, prima della legge Merlin, che decretò la chiusura delle case di tolleranza, a Cagliari esistevano diversi “casini” distribuiti nei quartieri della Marina, di Stampace e del Castello. Il più noto era quello di via Arquer, gestito da Gina, una prostituta non laureata che premiava i clienti più fedeli con una medaglia d’argento incisa con la scritta “Gina – Cagliari” e la figura di una donna nuda.
Le finestre e le porte di quel casinò erano sbarrate per tutelare il “buon costume” e impedire gli sguardi curiosi degli adolescenti.
Il mio amico Giovanni M. (l’anonimato serve a proteggerne il buon nome, qualora fosse ancora in vita) aveva appena compiuto diciotto anni, età che gli permetteva di accedere legalmente alle case chiuse. Come molti giovani, sentiva l’irrefrenabile impulso di raccontare le proprie esperienze erotiche, anche quelle mercenarie. Mi parlò di un incontro avvenuto proprio in quella casa con una prostituta laureata(!). Non mi chiarì se fosse stata lei a presentarsi come “dottoressa”, ma mi descrisse vividamente il loro rapporto: partecipato da entrambi, cosa rara nei contesti mercenari. La prova che non si trattasse di una finzione fu il gesto finale: “mi ha dato un violento schiaffo perché ero venuto troppo presto”. Scusandosi aggiunse: “Era da tanto che non provavo piacere!”
Le storie di Valentina D. e di Giovanni M. sollevano domande sul piano culturale, psicologico e sociologico.
Perché uomini e donne sentono il bisogno di raccontare le proprie esperienze erotiche? Spesso gli uomini si vantano delle loro conquiste per affermare virilità o status. Lo fanno attraverso il racconto orale, le interviste e i mezzi telematici. Questo impulso ha generato opere come L’amante di Marguerite Duras, Teorema e Salò di Pier Paolo Pasolini e La pianista di Elfriede Jelinek.
Da dove nasce l’erotismo della prostituta e dell’operatrice porno laureate? La donna laureata simboleggia intelligenza, cultura ed emancipazione: rompe ruoli e aspettative ed è una “preda” ambita dall’uomo educato a vedere la conquista come sfida.
Il piacere legato al proibito nasce dalla tensione tra norma e desiderio: la legge che vieta intensifica l’oggetto del desiderio. Il maschio, in molte culture, è educato alla conquista, alla sfida, alla trasgressione. Il proibito diventa stimolo, non ostacolo.
La donna laureata che si prostituisce o lavora nel porno esercita lo stesso fascino della monaca che non respinge il giovane, ma lo lascia entrare nella sua cella. Entrambe incarnano figure di alterità e disciplina: la laureata rappresenta il sapere istituzionale e la razionalità; la suora, la rinuncia e la castità. Quando queste figure vengono sessualizzate, si crea una tensione simbolica potente: il desiderio nasce dalla violazione di un ordine.
Ma la donna sente, al pari dell’uomo, il fascino del proibito?
«Niente è più certo di questo: una ragazza timorata di Dio, quando consuma con l’uomo l’atto carnale, prova cento volte più piacere di una ragazza priva di pregiudizi», scriveva Giacomo Casanova nel XVIII secolo.
Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Il maschio, in molte culture, è educato alla conquista, alla sfida, alla trasgressione. Il proibito diventa stimolo, non ostacolo. “ Da LA PORNO-LAUREATA – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)



