Essere come il tartufo, dice un proverbio egiziano, significa non avere radici né rami. Una condanna alla sterilità e alla solitudine oppure una garanzia di indipendenza e di libertà? Quello che è sicuro, scrive Plinio il Vecchio, è che sta tra quelle piante che nascono e non possono essere seminate. Dunque un prodigio della natura, una creazione quasi magica: ma è un dono o una maledizione? Il latino “tuber” ha la medesima radice di “tumere”, che significa “essere gonfio” e ha prodotto in italiano una parola pochissimo simpatica: “tumore”.
Sarà perché non ha appigli con la terra né direzioni di crescita, il tartufo diventa, nell’immaginario letterario, di volta in volta una pianta o un animale, un’escrescenza degenerativa del terreno o una pozione afrodisiaca, il nettare del diavolo e delle streghe o la creatura del fulmine. Un po’ come il suo profumo, che a seconda dei gusti viene giudicato sublime o disgustoso, il tartufo ha una doppia natura, quasi da dottor Jekyll e mister Hyde: qualcosa che sta tra il nascondersi e l’apparire, di conseguenza collegato alla stregoneria e all’erotismo.
Sara Molière a immortalare la sua doppiezza, facendo diventare “tartufesco” un aggettivo dispregiativo e il nome del tubero un simbolo dell’ipocrisia: all’aspetto esteriore apparentemente impeccabile corrisponde il sottoterra viscido.
Molte pagine della grande letteratura francese profumano di tartufo: da Balzac a Dumas, da Stendhal a Flaubert, da Zola a Huysmans, tutti decisi a incensarlo. Tranne Simenon: per il commissario Maigret il tartufo è un cibo troppo raffinato, meglio le ricette semplici dai sapori schietti e gustosi che gli prepara la moglie.
Insuperabile adoratore del tartufo, Ugo Tognazzi lo incensa nel suo magistrale libro di ricette “L’abbuffone”: tra cinema e letteratura, cucina ed erotismo, filosofia (epicurea) e ironia, sembra riassumere l’identità ambivalente e misteriosa di un alimento capace di nutrire l’immaginazione come pochi altri.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Sara Molière a immortalare la sua doppiezza, facendo diventare “tartufesco” un aggettivo dispregiativo e il nome del tubero un simbolo dell’ipocrisia: all’aspetto esteriore apparentemente impeccabile corrisponde il sottoterra viscido.” Da LA STAGIONE DEL TARTUFO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



