L'ETERNITÀ


Editoriale del 4 novembre 2013

Sfrecciavo come un proiettile di carne meccanica fra i viottoli di Monument, respiravo bruma e mangiavo nuvole bigie e leccavo gli scarichi delle macchine. Ero implacabile, una lama che scorre nei budelli della fiumana: ebrei della City, spacciatori giamaicani di Tottenham, le bigotte dell’esercito della salvezza, italiani con gli occhiale da sole. Prendevo a calci nelle palle la storia come un birbante spregevole un mendicante di strada. È vero, avevo esagerato un po’ con la coca. Due strisce belle tozze a casa di Culo di ferro, il lavapiatti portoghese. Così tutto imbenzinato sono andato da Evans tutto scattoso e febbrile ho comprato i pedali e le scarpette per la mia bici da corsa. Tac e tac, come centauro infoiato sulle cosce sozze di Londra la meretrice. Solo sul London Bridge però mi sono accorto che non sapevo come sganciare le scarpe dai fermi. Un dettaglio. Nel bordello del ponte non potevo mettere i piedi per terra. Ero in prigione. Fottuto. Ferito forse morto. Poi la salvezza: una rossissima, inglesissima cabina telefonica, sul principio del ponte. Zompo sul marciapiede, i polmoni che stritolano il cuore, il culo stretto e la coca tutta intorno. Raggiungo il profilo freddo della cabina. Salvo. Respiro. Chiudo gli occhi, li riapro. La città è svanita e vedo un plotone scazzato di soldati romani, l’acciottolìo di lance e scudi. Chiudo, riapro. Un cancello e sulle picche le testa di William Wallace, Tommaso Moro e Cromwell mi fanno la lingua come la copertina degli Stones. Merda. Chiudo, riapro. Passa Shakespeare con una battona. È il panico. Chiudoriapro. T.S Eliot cammina solo e mesto. Ci dico: “Stetson! Le muse sono partite, cazzo!”. Manco mi caga. Chiudoriaprochiudoriapro. Fumo ovunque, esplosioni, qualcuno corre e squadracce infami di stukas nel cielo e le sirene e la biblioteca di Holland park in fiamme, da qualche parte… io lo so…sono sfinito…perdo l’equilibrio…cado, come corpo morto cade. Mi risveglio che qualcuno disinnesca la trappola dei pedali. Mi parla. È un punk con la cresta e gli puzza il fiato di birra. Avessi avuto la forza in quel momento avrei saputo spiegare l’eternità, al bifolco. Ma in piedi, dolorante, avevo già dimenticato tutto.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

da Giorno di festa (Jour de fête 1949), diretto e interpretato da Jacques Tati

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