Nella scuola che ho frequentato da bambina e da ragazza non ricordo bulli né bulle, almeno non nel senso che diamo oggi alla parola. C’era qualche raro teppistello, quasi sempre in vela; c’erano gli alunni “vivaci”, divisi nelle due sottocategorie degli svogliati e dei capaci facili alla battuta, spesso indirizzata agli insegnanti; e poi c’erano gli “asini” e le “asine”, per lo più annichiliti dal loro status. Il massimo della violenza che potevi subire al liceo, ai miei tempi, era l’“incasata”: un’aggressione pacifica e rumorosa in cui due o tre compagni ti chiudevano in un angolo e altri cinque o sei, al grido di “incasata!”, si lanciavano sopra i primi formando un ammasso di corpi, gomiti, cartelle e risate. L’obiettivo erano le “pappine” alla vittima, che però finivano quasi sempre sulle teste degli aggressori. Nulla di drammatico. Molto stupido, molto chiassoso, ma poco violento. E soprattutto regolato da una specie di codice d’onore: la vittima si sarebbe vendicata rubando il panino a uno degli aggressori, rifiutandosi di passare il compito di matematica o trovando altra forma di risarcimento. La vendetta era ammessa come compensazione e, di norma, non seguivano ritorsioni, a parte qualche insulto.
Poi, dalla fine degli anni novanta, si è diffusa l’odiosa specie dei bulli. E delle loro famiglie.
Perché bulli non si nasce, o almeno non completamente. Bulli si diventa anche nella relazione con i genitori, con il gruppo, prendendo come modelli personaggi che spacciano l’arroganza per carattere e la prepotenza per personalità. Per questo è così difficile combattere il bullismo a scuola. Per questo le circolari ministeriali che per anni hanno sollecitato le scuole ad attivare percorsi di prevenzione e contrasto del bullismo le ho vissute, prima da insegnante e poi da dirigente scolastico, come misure spesso propagandistiche: fatte per dimostrare che le scuole il problema se lo pongono; quanto a risolverlo è un altro paio di maniche.
E infatti le statistiche non raccontano di un fenomeno in regressione. Affatto.
D’altra parte, come si “cura” un bullo? Con un percorso di educazione all’empatia gestito dallo psicologo di turno? Con gli sportelli d’ascolto dove gli psicologi raccolgono le testimonianze delle vittime? Con la “peer education”, dove alunni più grandi fanno da supporto ai più piccoli? Non scherziamo. Queste misure possono forse aiutare le vittime, possono far emergere il problema, possono evitare che chi subisce resti completamente solo. Ma non bastano a correggere i bulli.
Purtroppo, non mi risulta che in ambito scolastico sia stata messa a punto una formula anti bullo davvero efficace. Ed è forse la consapevolezza di questo vuoto metodologico che ha suggerito agli autori della serie coreana “Lezioni vere” l’idea brutale e politicamente scorrettissima alla base della storia: per combattere il bullismo servono docenti forti, anzi fortissimi, autorizzati a usare le maniere forti.
Nella serie, che sta ottenendo un successo enorme a livello mondiale, il Ministero dell’Istruzione fonda l’ERPB (Educational Rights Protection Bureau), l’Ufficio per la protezione dei diritti all’istruzione, affidandone il coordinamento al giovane e aitante ispettore scolastico Na Hwa-jin, praticamente una via di mezzo tra Bruce Lee e Bud Spencer, che raddrizza i ragazzi violenti a suon di ceffoni e di mosse di varie arti marziali. Ma il Bureau conosce bene il fenomeno e non si limita agli studenti: interviene anche sui genitori, ridimensionandone drasticamente e brutalmente l’ego, la tracotanza e l’arroganza professionale (lei non sa chi sono io!).
Devo ammettere che il primo episodio della serie mi è piaciuto molto. (il secondo non sono riuscita a finirlo). Non voglio dire che si debba prendere esempio dall’ERPB e dall’ispettore Na Hwa-jin, dico soltanto che è gratificante e catartico vedere studenti violenti e arroganti abituati a vessare in modo feroce i compagni più miti (nel primo episodio l’ispettore interviene in una scuola nella quale gli atti di bullismo hanno spinto uno studente al suicidio) atterrati con uno schiaffone e genitori presuntuosi messi in riga una volta per tutte. Senza contare che la serie suggerisce che la terapia alla quale l’ispettore Na Hwa-jin sottopone i bulli sia davvero capace di modificare la loro dimensione empatica: tramortiti da una serie di ceffoni i bulli hanno tutta l’aria di sentirsi davvero vicini alle loro ex vittime. Altro che psicologi!
Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)
“Nella serie, che sta ottenendo un successo enorme a livello mondiale, il Ministero dell’Istruzione fonda l’ERPB (Educational Rights Protection Bureau), l’Ufficio per la protezione dei diritti all’educazione, affidandone il coordinamento al giovane e aitante ispettore scolastico Na Hwa-jin, praticamente una via di mezzo tra Bruce Lee e Bud Spencer, che raddrizza i ragazzi violenti a suon di ceffoni.” Da “LEZIONI VERE”: IL SOGNO PROIBITO DI PRENDER A SCHIAFFI I BULLI – Editoriale di Marianna Vitale



