Era dai tempi di “Ultimo tango a Parigi” che un film non si trovava a tal punto al centro di un dibattito pubblico (in famiglia e tra amici, sui giornali e sui social) da coinvolgere il colto e l’inclita, i giovanissimi e gli intellettuali, l’uomo della strada e il politico del palazzo. Visto in pieno luglio (quando in genere al cinema ci va Nessuno, per citare Ulisse, e molte sale sono chiuse) già da più di tre milioni di italiani con un incasso di una trentina di milioni di euro (ma il bello deve ancora venire), “Odissea” di Christopher Nolan è un kolossal dell’anima contemporanea riversata nel canovaccio immortale del mito omerico. Esattamente quel che Dante fece nel Trecento con il canto XXVI dell’Inferno, Monteverdi nel Seicento con l’opera lirica “Il ritorno di Ulisse in patria” e Joyce un secolo fa con Leopold Bloom per le vie di Dublino. Così Ulisse ha dato voce prima al bisogno medievale di un limite (e alla voglia di infrangerlo), poi alla fragilità del singolo in confronto alla complessità del mondo e infine allo smarrimento novecentesco di fronte agli abissi dell’anima umana. Quella dell’Odissea è proprio un’odissea, che non sembra concludersi mai. Dopo le terzine dantesche, la musica barocca e il romanzo sperimentale, tocca ora al film hollywoodiano degli anni di Trump, che non può che riflettere il bisogno di pace e i complessi di colpa dell’Occidente con un Ulisse meno πολύτροπος e più perplesso, paladino del diritto di ospitalità, pentito delle guerre e perseguitato dai morti più che dagli dei. Aldilà dei contenuti e dei critici che sdottorano sulle differenze tra Omero e Nolan (sono convinto che invece il film piacerebbe anche a Omero), quello che conta è che si tratta di una grandissima opera, di straordinaria potenza visiva. Pensavamo che non si sapessero più fare film così o che soltanto da bambini fossimo capaci di farci trascinare dall’avventura tanto da far sembrare un attimo la durata di tre ore. Invece, grazie a una sceneggiatura perfettamente oliata e a un montaggio che imprime ritmo incalzante ed elimina tempi morti, ecco il risultato: un monumento della cultura occidentale per come fonde nel tripudio dell’epica la letteratura greca classica e il grande cinema americano. Emozionante e travolgente, colto e popolare, rispettoso delle fonti (oltre a Odissea, anche Iliade ed Eneide) ma non succube del peso della tradizione, rilancia magnificamente il poema fondatore della nostra civiltà nell’immaginario contemporaneo, salvandolo dall’oblio, dalla polvere e dalla monumentalizzazione. Tra una memorabile rievocazione dei morti dell’Ade, un cavallo di legno mezzo affondato nel mare con una tensione da sottomarino, un Polifemo da Goya, una Circe da horror di serie A, un finale tra cappa e spada e le scazzottate di Bud Spencer, l’Odissea di Nolan è un grande spettacolo come doveva essere il poema orale ascoltato tremila anni fa. Poi, intendiamoci, vale sempre la risposta di Luciano Bianciardi a chi gli chiedeva se gli era piaciuto “La Bibbia” di John Huston: “Era meglio il libro”.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Aldilà dei contenuti e dei critici che sdottorano sulle differenze tra Omero e Nolan (sono convinto che invece il film piacerebbe anche a Omero), quello che conta è che si tratta di una grandissima opera, di straordinaria potenza visiva.” Da L’ODISSEA DELL’ODISSEA – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



