MORIRE IN SPIAGGIA


Editoriale del 15 luglio 2021

Un acino d’uva mi sta soffocando. Un’anziana signora nell’ombrellone a fianco mi consiglia di sollevare il capo (“guardi l’uccellino!”) e mi porge un bicchiere d’acqua, mio cognato ne approfitta per assestarmi sulla schiena inutili quanto pesanti legnate. Intanto mi ritrovo circondato da un folto capannello di persone in mutande venute a osservarmi mentre muoio. Inizio a perdere i sensi, dall’oltretomba sento quelli che stavano con me chiamarmi disperati, sento la folla che invoca l’intervento di un bagnino, di un medico, di un’ambulanza, di un elicottero, dei pompieri, dell’esercito. Qualcuno chiede che vengano allontanati i bambini. Ci siamo, penso. Quand’ecco che arriva di corsa il salvatore: mi stringe mettendo i pugni sulla bocca dello stomaco e mi stura scuotendomi da una parte all’altra. Applausi. Lo abbraccio, mi scuso con tutti, mi vergogno di essere stato protagonista di quello spettacolo così ridicolo. Sono una persona riservata. La morte è un fatto privato, in spiaggia invece muori sotto gli occhi di tutti. E fai sempre troppo rumore.

Marco Schintu (Ufficio pesi e misure)

“Mi ritrovo circondato da un folto capannello di persone in mutande venute a osservarmi mentre muoio…”
Da MORIRE IN SPIAGGIA – Editoriale di Marco Schintu (Ufficio pesi e misure)

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