NELLA SALA DEI TORI


Editoriale del 5 ottobre 2026

La casa di Carlo Todde è proprio sul mare, in una zona tranquilla della costa Tunisina. Ogni tanto, con Corto e Jorge passo qualche giorno da lui.

Carlo non è mai stato un allarmista, ma stavolta è molto alterato: «Le zanzare sono maledetti alieni assassini e vogliono distruggerci. L’ho capito stanotte, mentre guardavo un documentario della BBC».

Corto accende un cigarillo: «Come fai a dire che sono alieni?».

«Ma li hai visti bene? Li hai visti da vicino? Sono di un altro mondo, sono fantascienza pura… E poi negli esseri umani, anche nei più malvagi, trapela sempre qualcosa: un fremito di sadismo, un’espressione di compiacimento. Loro no. Niente. Niente di niente!».

Verso altro rum a tutti e tre. Ci alziamo, gridiamo «Morte agli alieni!» e beviamo d’un fiato.

Fossi una zanzara a questo punto comincerei a tremare.

Mentre sto per versare altro rum, Jorge spunta dalla cucina elencando gli ingredienti dei maccheroni alla Norma che sta portando in tavola.

«Melanzane, pomodori, ricotta salata, olio di semi, sale, basilico, aglio…».

Rimando la mescita.

Il profumo dei maccheroni in un attimo si è preso la scena. Noblesse oblige. Per me, Jorge e Corto le zanzare-aliene sono già sparite. Ma non per Carlo.

«Sentono la nostra presenza da molto lontano, sono ingorde. Riescono a succhiare sangue sino al doppio del loro peso, come se un uomo di 70 chili mangiasse una bistecca di 140 chili. Vi rendete conto? È mostruoso! In un anno uccidono 750.000 umani, più di qualsiasi altro essere vivente; 7.500 volte più dei leoni, 75.000 volte più degli squali…»

Passiamo senza soluzione di continuità dai maccheroni alle ciliege.

Il verdetto di Jorge Luis Borges giunge più tardi, in un sussurro, mentre beviamo il caffè: «Gli alieni siamo noi umani. Alieni idioti. Le zanzare stanno solo difendendo la Terra dalla nostra invasione».

Scambio uno sguardo perplesso con Carlo Todde e Corto Maltese, poi termino il caffè e sparo la domanda: «Come sarebbe a dire che siamo alieni?»

Jorge sorride, è compiaciuto del nostro stupore.

«Noi umani siamo tutti alieni, ma ordini superiori hanno stabilito che non dovessimo saperlo. Quando l’ipotesi di Dio e della creazione ha cominciato a vacillare Darwin è stato incaricato di costruire su basi pseudoscientifiche un alibi che confermasse in noi umani la falsa consapevolezza di essere terrestri, e lui ci ha inserito in un albero genealogico che non ci compete. Da quel momento tutti gli scienziati hanno fatto a gara per costruirci un pedigree. Il nostro antenato più antico sarebbe un mammifero vissuto tra i 70 e i 60 milioni di anni fa chiamato Purgatorius; una specie di piccolo topo che viveva sugli alberi e si nutriva di frutta. Da lui hanno avuto origine tutti i primati, e quelli che camminavano eretti e avevano il pollice opponibile ce li hanno subito attribuiti come parenti stretti. Se ci pensate bene tutto ciò è ridicolo: noi non possiamo avere nulla a che fare con loro. Siamo sulla Terra da non più di qualche decina di migliaia di anni, praticamente da ieri. Le zanzare invece sono qui dall’era Mesozoica, tra il Giurassico Superiore e il Cretaceo, qualcosa come 150 milioni di anni. Loro sono i guerrieri che la Natura ha scelto per difendersi dall’Uomo, questo alieno che in pochissimo tempo ha sconvolto la biosfera e sta per distruggere il Pianeta».

Silenzio di riflessione.

«Ma come fai a sapere tutto questo?», chiedo.

«Intuito», risponde Jorge.

Altri dieci secondi di silenzio.

«Comunque noi alle zanzare gli spacchiamo il culo», dice Carlo Todde.

È una bella notte stellata, mentre Borges lava i piatti – dice che gli piace – ci trasferiamo nel piccolissimo giardino.

L’idea di essere un alieno piace a Corto Maltese.

«Se Jorge ha ragione noi dobbiamo essere giunti sulla Terra su un disco volante o qualcosa di simile».

«Niente dischi volanti. Ci siamo materializzati per magia».

«Spiegati meglio Filippo».

«L’attimo magico della creazione è quando il primo ominide è riuscito a immaginare se stesso. È accaduto tutto in quel preciso momento. Per immaginare se stesso infatti ha dovuto immaginare anche gli altri. E comprenderli. Comprendere tutto e tutti. È dovuto diventare un essere umano. Avete mai visto la Sala dei Tori? È una delle grotte di Lescaux, un capolavoro di 20.000 anni fa».

Corto si illumina: «Ho visitato quelle caverne nel 1930, dieci anni prima che quattro ragazzi le scoprissero per caso. Quella non è pittura: sono animali vivi, che si muovono».

«È così. Il Maestro di Lescaux non ha fatto delle copie dal vero: è diventato lui stesso quei tori, quei cavalli… Proprio come Michelangelo che, per dipingerlo, si era trasformato nel Giudizio Universale. Quella pittura è il primo certificato inconfutabile della presenza dell’Uomo sulla Terra».

Corto mi guarda a lungo, pensoso, poi guarda il cielo.

«Ho capito: niente dischi volanti. Che facciamo? Torniamo a Dio?»

Filippo Martinez (Tragediografo di Aristan)

“L’idea di essere un alieno piace a Corto Maltese: «Se Jorge ha ragione noi dobbiamo essere giunti sulla Terra su un disco volante o qualcosa di simile». «Niente dischi volanti. Ci siamo materializzati per magia».” Da NELLA SALA DEI TORI – Editoriale di Filippo Martinez (Tragediografo di Aristan)

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