NOBEL OBLIGE


Editoriale del 18 ottobre 2016

nobel letteratura

E’ uno spettacolo penoso e divertente assistere al contrasto tra il chiasso provocato in questi giorni nel mondo della cultura da Bob Dylan e Dario Fo e il silenzio assoluto dei due protagonisti: il primo non risponde al telefono e fa finta di niente durante i concerti, l’altro è addirittura morto. Intanto prosegue lo schiamazzo di scrittori e intellettuali che si stracciano le vesti perché l’Accademia di Stoccolma ha osato premiare un cantautore con il Nobel per la Letteratura e perché si tributano omaggi esagerati a un attore che nella sua vita avrebbe commesso anche degli errori (rinfacciano pure a lui un Nobel usurpato, qualche comportamento familiare censurabile, l’impegno nella sinistra e addirittura di aver aderito, più di settant’anni fa, alla Repubblica di Salò). La schiera degli anti-Dylan coincide con l’elenco delle mezze calzette della letteratura, da Irvine Welsh a Baricco e Magrelli (in una canzone di Dylan c’è più letteratura che in un romanzo di Baricco e più poesia che in tutti i versi di Magrelli), mentre già uno scrittore del livello di Richard Ford sostiene che è tutta invidia. I nemici giurati di Fo ricordano invece, a ideologia invertita, quelli che anni fa volevano dedicare una lapide a Giovanni Gentile, come omaggio al suo prezioso contributo alla cultura italiana, aggiungendo però che purtroppo era stato anche un gran fascista. Meno male che rinunciarono del tutto a qualsiasi lapide, altrimenti oggi gireremmo per le città leggendo sui muri memorie tipo “Qui nacque Filiberto Ciaccetti, medico illustre che salvò molte vite, anche se purtroppo votava MSI e si faceva pagare in nero” oppure “Qui visse Gigi Merdacci, sommo poeta e autore di romanzi immortali, ma purtroppo fece anche le corna alla moglie”. Brutto imbecille, ma se dedichi una lapide a qualcuno, lo fai per ricordare alle generazioni future quello che ha fatto di importante, non per smerdarlo con un moralismo da portinaia, sputtanando le sue umanissime imperfezioni. Altrimenti, da Dante in poi (come la mettiamo con la moglie Gemma Donati e l’infatuazione per Beatrice?) bisogna riscriverle tutte e a D’Annunzio toccherebbe, più che una lapide, una lapidazione, con esplosione finale del Vittoriale. Tolta la frescaccia che i testi di Dylan prevedono anche la musica (perché, nei lirici greci e nelle commedie plautine no?), risibile l’indignazione per il Nobel degradato (l’hanno vinto un poeta modesto come Salvatore Quasimodo e scrittori mediocri come Grazia Deledda, Wole Soyinka e Toni Morrison), rimane come unica riserva degna di considerazione quella di chi obietta che le canzoni di Dylan senza Dylan e le commedie di Fo senza Fo saranno irrimediabilmente depotenziate. Ma “the times they are a changing”, anzi sono già cambiati, e il rilievo sarebbe giusto se non esistessero i vinili e le registrazioni video, i cd e i dvd, che permetteranno di ascoltare e vedere Dylan e Fo anche tra un secolo. E di misurare quanto la forza espressiva della loro arte sia ancora capace di nutrire l’immaginario. Come diceva un vecchio adagio, i cani abbaiano ma la carrozza passa.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)


Meno male che rinunciarono del tutto a qualsiasi lapide, altrimenti oggi gireremmo per le città leggendo sui muri memorie tipo “Qui nacque Filiberto Ciaccetti, medico illustre che salvò molte vite, anche se purtroppo votava MSI e si faceva pagare in nero”
(da NOBEL OBLIGE di Fabio Canessa)
Peccato che sia una canaglia (1954) diretto da Alessandro Blasetti, tratto dal racconto Il fanatico di Alberto Moravia e interpretato da Sophia

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