QUANDO IL RE DI UR FU STANCO DI GUERRA


Editoriale del 9 febbraio 2025

Quando il Re di Ur fu stanco di guerra decise che potesse bastare un discorso per fare la pace. Ma temeva di recarsi ad Aratta perché il re di quella città lo avrebbe fatto prigioniero e sconfitto. Infatti è la guerra metafora della vita. Vince chi è più scaltro nell’approfittare della debolezza altrui.

   
Ciò che mi stupisce della biblioteca di Ashurbanipal non è la magnificenza di queste tavolette scalfite appena con una punta di metallo ma il fatto che l’ignoto scriba si sia interrogato sull’origine del suo mestiere chiedendo a se stesso le ragioni della nascita della scrittura.
So come nascono le leggende. Basta pronunciare la prima all’orecchio di qualcuno chiedendogli di mantenere il segreto. La prima leggenda non è quella che ti viene raccontata all’orecchio ma la sua segretezza. Diventa quindi un fatto iniziatico, che si racconta agli amici più cari, i quali la raccontano ai loro amici più cari, che la raccontano ai loro amici più cari e così questo segreto da iniziati diventa una pubblica leggenda. Così fece lo scriba raccontando del suo mestiere.
Enmerkcar, signore di Ur, antenato di Gilgamesh, mandò un ambasciatore a Ensuh-keshdanna re di Aratta chiedendogli di poter cessare le ostilità in modo che pace e amicizia regnasse tra i due popoli. I conflitti hanno quasi sempre origine da questioni linguistiche. Perché si racconta sempre ciò che si vuole sperando che l’altro capisca ciò che deve.

Torna l’ambasciatore a Ur e racconta un’altra verità. Prosegue la violenza in Persia. Il sangue viene versato in entrambe le città. Piangono le vedove e gli angeli.

il re di Ur ci ripensa e dice fra sé che è impossibile rifiutare una così onorevole pace. E ammannisce per il suo rivale parole di miele chiedendo all’ambasciatore di spiegare ulteriormente.

Costui ascolta, ci riflette e prova a sintetizzare quel discorso lunghissimo che sente. Corre sul suo cavallo a perdifiato, arriva. Ma la sintesi non è il racconto, e non è neppure giustificata verità. È la presunzione di aver compreso. Cronaca errata. Infatti il re di Aratta si sente ancora più offeso e raddoppia il numero dei soldati per sconfiggere chi con questa narrazione lo ha deriso. Il Re di Ur non capisce. Non sa spiegarsi la ragione per cui tutto sia diventato così complesso. Si è quasi arreso eppure il suo rivale si sente offeso. Continua il pianto di donne e bambini.  Il re di Ur ragiona intorno a se stesso e cerca di capire dove ha sbagliato.

il re di Ur ha l’illuminazione.

Non è la parola fallace ma l’intenzione che dalla parola che si fa freccia. È questa l’unica verità. Cioè la possibilità che i fonemi si confondano in una architettura diversa da quella originaria. L’arte della guerra è menzogna in sé.

Prese una tavoletta d’argilla e sopra ci segnò inequivocabili segni che diede all’ambasciatore dicendogli:

“Dalla al re di Aratta e chiedigli che interpreti lui i miei disfeci con coscienza di re. Così non sbaglierà.”

Il messaggio arrivò. Il re di Aratta lo vide e sognò una terra senza più armi, ricca di campi fecondi, dal sangue mondi,  vide donna gravide e bambini che giocano, vide uomini felici della loro quotidiana normalità. E fu pace tra le due città. E divennero un unico popolo. Mistero della scrittura.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“si racconta sempre ciò che si vuole sperando che l’altro capisca ciò che deve” Da QUANDO IL RE DI UR FU STANCO DI GUERRA – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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