Salmo 488 Di nome Welela, a “veder chiaro” oltre un nome su una tomba


Editoriale dell'8 febbraio 2025

Ante e Post scriptum.
Alla fine, volendo tentare una traduzione “reale” della famosa e forse incompresa espressione “yad washem” (letteralmente “mano e nome”),
il salmo rischia di arrivare a un senso un po’ diverso da quello inteso all’inizio, che era più legato alle ipocrisie di chi chiude ad alcuni i confini in mare  e poi invece li fa attraversa in aereo a chi invece la sua “mano forte” conveniva rendere impotente. E cosa resta da fare se non mettere un nome su una tomba, e mille restan senza.
 

C’era una volta una ragazza eritrea che fuggiva da guerra e oppressione, aveva passato il deserto ed era giunta in Libia, dove era stata stipata in uno stanzino con altre compagne e un paio di bombole a gas, che un giorno, esplodendo, la lasciarono con gravi ustioni su tutto il corpo. I trafficanti se ne liberarono caricandola sul barcone in partenza, ma la ragazza fu “salvata” già morta e “accolta” nella tomba di famiglia di una donna a Lampedusa, figlia o sorella senza nome.

C’era poco tempo dopo un fratello eritreo che andava in giro a Lampedusa e continuava a ripetere dappertutto la stessa domanda: Welela, Welela mia sorella, avete visto? “Veder chiaro”, sembra voglia dire quel nome in lingua loro, e qualcuno si ricordò di quel nome e di quel corpo di silenzio, compagno di viaggio.

Così, come in cerimonia di battesimo o rinascita, un gruppo di volontari tornò a Lampedusa e con quei nuovi familiari aggiunse, alla data, il nome Welela, sulla tomba.

Ogni volta che son passato al Memoriale della Shoah,

son rimasto a lungo fermo di fronte all’insegna «Yad vaShem»,

che secondo le parole del profeta Isaia

letteralmente e misteriosamente dice «mano e nome»:

Allo sterile, a chi si sente escluso e albero secco,

«io do nella mia casa e dentro le mie mura

mano (yad) e nome (washem)

buono più di figli e figlie». (Is 56,5).

Dove però “mano”, nel contesto, è stupefacente sinonimo

di un membro a dare vita,

le traduzioni in tutti i modi per vergogna lo nascondono,

perché lo sanno sovente messo a stupro e morte e non a vita,

e da vita a tomba lo trasformano:

«io concederò nella mia casa e dentro le mie mura

un posto e un nome». (traduzione cei 1974)

Così, mentre tu “fecondità potente e nome”

ridonavi allo sterile albero secco,

a noi, incapaci di rinnovare i corpi a dare vita,

a noi resta soltanto, a includere,

«un monumento e un nome» (cei 2008).

Non ci resta, Signore, che l’inutile,

ad amare?

Antonio Pinna

Salmista ad Aristan

“Welela, Welela mia sorella, avete visto?” Da Salmo 488 DI NOME WELELA, A “VEDER CHIARO” OLTRE UN NOME SU UNA TOMBA – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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