Ante e Post scriptum.
Alla fine, volendo tentare una traduzione “reale” della famosa e forse incompresa espressione “yad washem” (letteralmente “mano e nome”),
il salmo rischia di arrivare a un senso un po’ diverso da quello inteso all’inizio, che era più legato alle ipocrisie di chi chiude ad alcuni i confini in mare e poi invece li fa attraversa in aereo a chi invece la sua “mano forte” conveniva rendere impotente. E cosa resta da fare se non mettere un nome su una tomba, e mille restan senza.
C’era una volta una ragazza eritrea che fuggiva da guerra e oppressione, aveva passato il deserto ed era giunta in Libia, dove era stata stipata in uno stanzino con altre compagne e un paio di bombole a gas, che un giorno, esplodendo, la lasciarono con gravi ustioni su tutto il corpo. I trafficanti se ne liberarono caricandola sul barcone in partenza, ma la ragazza fu “salvata” già morta e “accolta” nella tomba di famiglia di una donna a Lampedusa, figlia o sorella senza nome.
C’era poco tempo dopo un fratello eritreo che andava in giro a Lampedusa e continuava a ripetere dappertutto la stessa domanda: Welela, Welela mia sorella, avete visto? “Veder chiaro”, sembra voglia dire quel nome in lingua loro, e qualcuno si ricordò di quel nome e di quel corpo di silenzio, compagno di viaggio.
Così, come in cerimonia di battesimo o rinascita, un gruppo di volontari tornò a Lampedusa e con quei nuovi familiari aggiunse, alla data, il nome Welela, sulla tomba.
Ogni volta che son passato al Memoriale della Shoah,
son rimasto a lungo fermo di fronte all’insegna «Yad vaShem»,
che secondo le parole del profeta Isaia
letteralmente e misteriosamente dice «mano e nome»:
Allo sterile, a chi si sente escluso e albero secco,
«io do nella mia casa e dentro le mie mura
mano (yad) e nome (washem)
buono più di figli e figlie». (Is 56,5).
Dove però “mano”, nel contesto, è stupefacente sinonimo
di un membro a dare vita,
le traduzioni in tutti i modi per vergogna lo nascondono,
perché lo sanno sovente messo a stupro e morte e non a vita,
e da vita a tomba lo trasformano:
«io concederò nella mia casa e dentro le mie mura
un posto e un nome». (traduzione cei 1974)
Così, mentre tu “fecondità potente e nome”
ridonavi allo sterile albero secco,
a noi, incapaci di rinnovare i corpi a dare vita,
a noi resta soltanto, a includere,
«un monumento e un nome» (cei 2008).
Non ci resta, Signore, che l’inutile,
ad amare?
Antonio Pinna
Salmista ad Aristan
“Welela, Welela mia sorella, avete visto?” Da Salmo 488 DI NOME WELELA, A “VEDER CHIARO” OLTRE UN NOME SU UNA TOMBA – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



