QUANDO MUORE UN GIORNALISTA


Editoriale del 3 luglio 2015

Il suo motto era “insieme si vince”, sarà per questo che Giovannino Fabbricini è morto: perché è stato lasciato tragicamente solo sul fronte siriano. L’Italia ha perso così il suo maggior inviato di guerra del quale i giornali italiani però non hanno parlato. Anche perché Giovannino Fabbricini non ha mai scritto per i quotidiani nazionali, troppo piccoli per lui.
Iniziò 35 anni fa ad appena 25 anni come reporter del New Yorker telephone, il primo quotidiano telefonico al mondo, per il quale fece straordinari reportage sulla catastrofe umanitaria del Benzabi. Dopo appena due anni scriveva già sulla tragedia del Mullan per il New Dely Post di Mumbay. E poi un trionfo, da un quotidiano all’altro.
Sempre in prima fila, sempre in mezzo alla gente.
Impavido e intrepido, non temeva certo il crepitio dei mitra o il rimbombo dei cannoni.
Forse per questo non riuscì mai a farsi una famiglia: le donne lo amavano ma lui amava solo il suo lavoro, il nostro bellissimo lavoro.
Dove c’erano stragi c’era lui.
Dove c’era sangue innocente c’era lui.
Ed è stata proprio la sua proverbiale generosità a tradirlo.
Nessuno lo ha voluto accompagnare nel campo militare di El Al Aladin, in quell’enclave dell’Isis fra Siria e Giordania dove dominano i feroci Krastul.
Vado da solo, pare abbia detto: il mondo deve sapere.
Il mondo saprà solo che sei morto, impareggiabile maestro.
Ti sia lieve la terra.

Battista Titta Bugatti
(coccodrillista di Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

Soli si muore (Mogol e Minellono, 1969), versione italiana di “Crimson and Clover” di Tommy James and the Shondells, nell’interpretazione live di Patrick Samson

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