RANDAGISMO


Editoriale del 25 marzo 2018

La domanda era approssimativa e sfilacciata. Ma dopo qualche classico scolato all’ultimo tavolo in fondo al locale lui l’ha scritta per aria, lasciando il braccio sospeso al termine: dov’è la nostra beat generation? Che ne è stato delle marce, dei diritti collettivi, del sentire comune e delle dichiarazioni di intenti, che ne è stato dei simboli da portare in processione, sui cartelli, dentro le università, fossero anche solo effimeri placebo prestati a un’inquietudine transitoria? Questa generazione precaria, di ragazzi troppo vecchi per decidere cosa faranno da grandi, per i quali il check in in aeroporto è un gesto quotidiano, che non sanno bene dove vivono, che immaginano figli che non conosceranno, che dove sono ci sono arrivati per necessità o per caso, di quelli che casa è quella in cui si dorme un mese di fila, che a ogni trasloco lasciano indietro i libri già letti? Questa generazione randagia che non è riuscita a fare del randagismo uno stile di vita rivendicato quale corrente letteraria ha inaugurato? Quali tendenze nella musica e nell’arte? In che modo ha lasciato il segno nell’architettura delle periferie che rincorrono altre periferie? La risposta è Camilla, caschetto nero, rossetto infuocato e un biglietto aperto per l’Argentina. Vive a Cipro, ha un marito a Buenos Aires. Hanno divorziato ma stanno ancora insieme. Perché lei è tornata, ma per ripartire. Respira a occhi chiusi la città; è il profumo delle lenzuola nella casa di sua madre a riportarla nell’isola una volta all’anno. Dice che non sa che lavoro fa, ne ha fatti tanti. Fiuta i randagi e a loro si racconta lenta, per caso, poggiata a un lampione, il suo bicchiere di rosso in mano. Che cosa abbiamo prodotto, Camilla? Lo stiamo ancora decidendo, dice lei, non siamo abbastanza infelici, né abbastanza esaltati per agire. Ma ci riconosciamo per la strada, io ti ho riconosciuta. E questo qualcosa vuole dire. Abbiamo la tranquillità di chi non ha paura di svegliarsi su un treno che ha già superato la destinazione. Ma cosa lasceremo? Lasceremo gli altri a decidere cosa siamo stati. Continueremo a cancellare e riscrivere i nostri racconti, a leggerli sotto la luce fioca a gente come noi. E non avremo il tempo di teorizzare la bellezza della precarietà per chi non l’ha vissuta. Siamo il bacio tra Salvini e di Maio, siamo la Meloni che tiene in braccio il bimbo migrante nei graffiti romani durati una notte. Qualche ora e poi tutto come prima. Ma noi passavamo di lì e li abbiamo visti, il bacio, la Meloni e il bimbo. Vuoi dire che è come se non ci fossero mai stati?

Eva Garau (Precaria di Aristan)

dov’è la nostra beat generation? Che ne è stato delle marce, dei diritti collettivi, del sentire comune e delle dichiarazioni di intenti, che ne è stato dei simboli da portare in processione, sui cartelli, dentro le università, fossero anche solo effimeri placebo prestati a un’inquietudine transitoria?

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