A sentir parlare della «esistenza di dio» mi chiedo talvolta perché a chi ne parla piaccia tanto parlarne, e soprattutto me lo chiedo quando il piacere pìù grande sembra quello di chi parla del “dio che non esiste”.
A semplificare le cose, non sembra essere stato sempre così nel corso del tempo e nel distendersi della geografia. Chiaro che al tempo cosiddetto preistorico solo il «dio che esiste» poteva essere parlato dai disegni sopravvissuti nelle oscurità delle grotte riportate oggi alla luce e alla parola, e noi pensiamo che tutti pensavano le stesse cose.
È solo al tempo in cui gli umani hanno imparato a scrivere bene e molto che, accanto a una maggioranza degli «dei che esistono», è sempre esistito qualche scrittore degli «dei che non esistono», ma appunto glielo hanno lasciato dire e scrivere, ed evidentemente c’era qualcuno che provava piacere a leggerlo o ascoltarlo, e soprattutto a ricopiarlo su pergamena per far durare la sua voce. Così, l’aver scritto che agli egiziani gli dei nascevano in cortile non ha impedito a Luciano di Samosata, tra i suoi viaggi, di vivere tre anni in Egitto come segretario della cancelleria imperiale.
Le cose sembrano complicarsi con l’apparire del cristianesimo. Succede che la maggioranza degli «dei che esistono» sente i cristiani parlare del “dio che non esiste”, perché essi del “dio che esiste” hanno un’altra idea.
Il guaio era che anche l’imperatore, diventato nel mentre “il divino augusto”, si sentiva classificato tra gli «dei che non esistono», e siccome non poteva permettere di non essere incensato da tutti i suoi sudditi, dette inizio alle ben note persecuzioni. Strana situazione, a pensarci, perché a essere considerati “atei” erano in realtà i cristiani. Così, nel “dibattito”, apparentemente astratto, veniva ad inserirsi il “fattore potere” che ormai lo caratterizzerà, pur in diversi modi, ma sempre escludenti, alternando nel tempo i ruoli di perseguitati e di persecutori, a seconda che era nelle mani del “dio che esiste” o nelle mani del “dio che non esiste”.
Ora, in tempi di cosiddetta democrazia e libertà di culto, il “fattore potere” si rivela oltre che ballerino anche cangiante, così da poter in ogni circostanza sopravvivere con la sua natura escludente, anche quando non può esprimersi più in forme sanguinarie. Che l’antico “fattore potere” possa trasformasi in “fattore piacere”? Di fatto, vedo soprattutto in tanti discorsi sulla “esistenza di dio” il piacere (o il bisogno?) di “credersi” tanto superiori, da dover per forza di cose “credere” che tutti i discorsi della “controparte” non possono che essere discorsi di ignoranti, inconsapevoli o complottisti, di tutto ciò che solo loro “divinamente” hanno scoperto. E mi viene il sospetto che in queste discussioni il “dio che esiste” e il “dio che non esiste” possano di fatto “non essere” altro che la stessa cosa, “non essere” altro che l’immagine speculare della propria autoidolatria.
E per me, Signore, io resto al dio dimenticato,
in questi discussioni sulla sua esistenza assente,
al Dio di Gesù il Nazareno,
Padre e Madre, Figlio e Fratello e Sorella,
Spirito e Respiro, vita della vita e oltre,
di tutti e di tutto.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



