«Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire», è un aforisma attribuito ad Alda Merini.
Non so se all’origine di questo aforisma ci sia la lettura del «De garrulitate» di Plutarco, dove tradotta letteralmente, una frase, dove niente è in più, diceva: «Nessuna parola detta è stata tanto utile quanto molte non dette […] Per questo, credo, mentre per parlare abbiamo uomini a maestri, per tacere invece abbiamo a maestri gli dei» (Sezione 8). Chi andrà a leggerla in greco, apprezzerà la stringatezza della frase più che nella traduzione in cattivo italiano.
Così sono andato a rileggere nel vangelo di Matteo una frase attribuita a Gesù e che mi è sempre suonata esagerata e strana: «Di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio». E ancora una volta mi accorgo che la stranezza viene soprattutto dal fatto che siamo abituati a sentirci ripetere da predicatori buonisti frasi staccate dal contesto e già tradotte dai traduttori in funzione di un tale buonismo, quasi che Gesù sia morto in croce per essersi messo a insegnare le buone maniere.
Quella frase nel vangelo di Matteo arriva nel momento in cui si consuma il distacco definitivo tra Gesù e i rappresentanti ufficiali della religione del tempio, che lo accusano di essere un posseduto dal demonio perché guarisce gli indemoniati. Gesù anzitutto risponde con una frase anch’essa mai spiegata, forse perché già intuita più pericolosa di quanto lo stesso evangelista pensasse: «E se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Ma, se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Matteo 12,36-37).
Senza essere figlio dell’illuminismo, Gesù distingue qui tra fatto e significato: il “fatto” è il “miracolo” che, dice Gesù, è identico a quello che voi approvate da parte dei vostri discepoli, ma non approvate da parte mia, anzi lo attribuite al diavolo stesso. Ciò significa anzitutto che una religione basata sui miracoli non basta, il miracolo resta ambiguo finché non viene compreso nel suo senso da una “parola” di risposta. I segni che Gesù fa sono fatti reali, ma di per sé rimangono ambivalenti. Ai loro discepoli i farisei dicono “sì”, a Gesù dicono “no”. La vittoria di Gesù sul satana non è mostrata perché rivela un potere miracoloso come quello riconosciuto ai discepoli dei farisei, ma perché nei miracoli di Gesù viene riconosciuto un diverso regno che arriva, un amore che si manifesta a favore delle persone sofferenti.
Non è dunque in questione il chiacchiericcio di Plutarco. È il “no” dei farisei a Gesù la “parola vana” destinata a essere giudicata nel giudizio, allo stesso modo con cui essi sono destinati a essere giudicati dai loro figli.
Forse una traduzione più letterale in cattivo italiano riesce meglio a dare il senso della frase altrimenti equivalente alla maniera dell’antica morale e della moderna poesia, e che renderebbe incomprensibile la conseguenza di una morte in croce:
«La gente buona dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre la gente cattiva dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive.36Cosi io vi dico: di ogni affermazione senza frutto che la gente dirà, dovrà per essa restituire parola nel giorno del giudizio; in base alle tue parole, infatti, sarai giudicato o innocente o colpevole».
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
«Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire» – Dal Salmo_508 IL NON DETTO – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



