Salmo 541 – DA UN PROTAGONISTA DELLA SARTIGLIA NEL MILLE A.C.


Editoriale del 14 febbraio 2026

Possibile che il poeta del Salmo 32 abbia sentito l’urlo della folla che esulta a ogni stella centrata di Sartiglia? Circa la Sartiglia, i contemporanei che non ne hanno mai sentito le trombe ai galoppi e l’urlo alle stelle, basta che ne vedano la rivelante radiografia ai raggi X fatta da Marco Schintu nell’editoriale giovedì scorso. Circa invece l’anonimo protagonista del mille a.C., la questione è più lunga, ma forse non meno impressionante (volevo dire divertente, ma qualche studioso o religioso si sarebbe offeso).

Capita, dunque, che, iniziando la quaresima dopo il carnevale, volevo introdurre al Salmo 32 quei manzoniani «venticinque o trenta al più» fedeli domenicali, che il primo marzo ascolteranno o canteranno proprio quel salmo responsoriale, nella piccola chiesetta delle internazionali monache “Servidoras”, arrivate nella città della Sartiglia sei anni fa.

Capita, allora, che chi legge quel Salmo 32 nella versione cosiddetta “ufficiale” dei vescovi italiani, vi trovi un versetto che lo farà certamente sussultare di sdegno, soprattutto se, appunto, è esperto di Sartiglia e di cavalli. Ecco il versetto:

«Non siate privi d’intelligenza come il cavallo e come il mulo:

la loro foga si piega con il morso e le briglie,

se no, a te non si avvicinano».

Come sarebbe a dire? Si deve sentire di cavalli privi d’intelligenza proprio nella città della Sartiglia, dove si celebra questo apparire, pur fugace, dell’ “intesa” tra “esseri” umani ed equini? Intesa di festa, di abilità, di forza, e di qualsiasi altra “intesa intelligente” si possa parlare tra cavalli e cavalieri. In attesa di un editoriale specifico sulla intelligenza dei cavalli da parte di Monica Mazzotto, ma restando in argomento, diciamo che “intesa” significa “intelligenza reciproca”. Perché di questo, in fondo ai conti, si tratta («I conti si regolano a Carnevale», diceva l’editoriale citato). Ridurre la Sartiglia a un Carnevale a motivo delle maschere, significa ignorare storia e antropologia. In tempi dimenticati, quando in città “faceva visita” il re o qualcuno della casa reale, “in suo onore”, anche senza carnevale, si correva una Sartiglia. Era lecchinaggio? Non credo. Forse, e sempre in fondo ai conti, era il contrario: far vedere che della vita quotidiana contava davvero qualcosa di fronte a chi ti contava per niente. E la maschera era lì anche per parlare di uguaglianza: chi centrava la stella la centrava a nome di quei tutti i senza nome, che ai lati della corsa urlavano certo di gioia, ma forse con un misto di rabbia. E la Sartiglia celebrata all’arrivo in città delle reliquie di Sant’Archelao da Fordongianus era forse carnevale?

Ma torniamo al versetto scandaloso, che è uno dei quattro o cinque versetti (su 11!) in cui i traduttori si arrendono, e per dare un senso all’ebraico o correggono qualche termine o si inventano qualcosa pur di offrire un qualche senso, pur ipotetico. Un tempo queste manovre erano molto di moda, ma sempre più si arriva a scoprire che non c’era affatto bisogno né di correggere il testo ebraico né di inventarsi altri stratagemmi. Proviamo a farlo per il nostro versetto.

Anzitutto, notiamo che l’italiano ha cambiato l’ordine delle parole, che in ebraico è «Non siate come cavallo e come mulo…», che è già tutt’altra cosa rispetto all’italiano ufficiale “approvato” dai vescovi “Non siate senza intelligenza…». Ciò che in ebraico segue subito dopo (ma messo prima in italiano, forse perché sembra una buona esortazione? Ahi, la morale… ) viene tradotto “senza intelligenza”, ma non è così difficile osservare che in ebraico non si tratta di un sostantivo ma di un verbo all’infinito cosiddetto “costrutto”, come dire “senza capire”, e già così ci farebbe aspettare un seguito a lui collegato, come un complemento oggetto o altro. Collegamento che di per sé è indicato da quegli accenti, in genere oggi ignorati, che gli scribi segnavano sopra o sotto le parole per indicare a chi leggeva se doveva legare o staccare un termine da quello successivo. Ora, appunto, quel “senza capire” è indicato come da collegare con ciò che segue, che sono appunto “i morsi e le briglie”, precedute da una preposizione che indica l’ambito delle cose non capite. Ed ecco (per brevità) il testo diventare letteralmente, parola per parola all’ebraico, come segue:

«Non siate come cavallo o come mulo,

senza scorgere in morso e briglie un ornamento a domare:

altrimenti nessun avvicinarsi per te».

“Nessuna avvicinarsi”, di nuovo un infinito costrutto senza soggetto, come dire “nessuna vicinanza o compagnia per te”. Nel contesto del salmo è facile vedere che ad avvicinarsi “a te” non saranno i cavalli, ma quelli che prima ti evitavano, vedendoti “ruggire selvaggio” come cavallo non domato, che non aveva ancora capito la “bellezza domante” delle briglie.  Così scopriamo che il poeta non stava parlando della non intelligenza dei cavalli, ma della sua stessa non intelligenza, confessata prima nel salmo, e da cui trae un insegnamento da trasmettere. Fino a quando si è intestardito nella sua ribellione, passava notte e giorno a “ruggire” come, appunto, una bestia (v. 3). Quando invece si è sentito come “domato” dalla mano di Dio che pesava su di lui (v.4), ha sentito intorno a sé una folla, che, come alla Sartiglia, ha urlato di gioia, ma per un centro a una stella diversa: «Beato te, a ribellione rimossa e a peccato coperto. Beato te, perché non ti conta il Signore la colpa» (vv. 1-2). E ritroviamo quel verbo “contare”, così “economico” da essere usato al ristorante per “chiedere il conto” (e forse per questo mai tradotto così concretamente – “imputa”, traduce l’italiano ufficiale dei vescovi). Verbo molto importante per Qohelet quando “tira i conti” della vita, ma ora usato per dire che non c’è nessun “conto”, nessun biglietto da pagare per vivere questa “beatitudine” di Sartiglia, che il salmo ripete al suo centro letterario: «di canti di liberazione mi circondi». Se sant’Agostino ha voluto questo salmo scritto sul muro davanti al suo letto degli ultimi giorni, sarà stato perché anche lui, dopo tante stelle fallite, aveva conosciuto la gioia di tutti per una stella centrata.

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

“si è sentito come “domato” dalla mano di Dio che pesava su di lui (v.4), ha sentito intorno a sé una folla, che, come alla Sartiglia, ha urlato di gioia, ma per un centro a una stella diversa” – Da Salmo 541– DA UN PROTAGONISTA DELLA SARTIGLIA NEL MILLE A.C. – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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