SFORTUNATI DUE VOLTE


Editoriale del 14 maggio 2021

Sono due anni di parentesi di vita e come tali spero di riguardarli. Li ho subiti da anziano, e penso a cosa sarebbe stato ai miei dodici anni. Quando scendevamo giù a giocare e anche a pallone finivamo venti contro ventuno. Niente sfide col computer in solitario. Noi non avevamo bisogno di budget.
I giochi di un tempo erano semplici, fattibili in qualunque situazione, non avevano bisogno di play station, ma solo di compagni di gioco. “Mama cua” era il più semplice, noi lo praticavamo vicino al Palazzo INCIS, intrico di entrate e uscite. Una volta uno lo cercammo sino al buio della sera, mentre era tornato a casa senza dire niente. Si giocava a giornaletti e a scalineddu, dove mettevi in palio le doppie e c’era solo bisogno di un piano rialzato e la conoscenza delle regole della caduta dei gravi e potevi sempre lamentarti della sfiga.
Nessuno gira più con le tasche piene di palline, non esistono più terreni dove fare una decente furrisca, un piccolo buco.
“Luna monda” scatena adesso lo sfoggio di cultura antica dei sessantenni, che sanno tutti i numeri e le varianti. Non ci chiedevamo perché dovevano essere con le mani in terra proprio gli spazzini e non i notai.
“Zacch’e poni” era gioco rifugio, che si faceva quando non si sapeva cosa altro fare, durava massimo un quarto d’ora, ci fia sempri su scimpru (c’era sempre lo scemo) che zaccava troppo forte e se non c’era qualche “soggetto” in giro tutti si ribellavano.
Le trottole sono diventate un reperto per collezionisti, anche se uniche.
“Prontus quaddus prontus” è gioco che adesso non attecchirebbe, troppi obesi in giro. Altro gioco tipicamente estivo erano i gavettoni, ma anche qui c’era chi si piazzava con una busta da 15 chili e rideva come un matto quando l’altro chiedeva l’intervento della barella.
Invece del base ball avevamo cili mele, dove bastavano due pezzi di legno qualsiasi.
C’era anche “minghilledda” e non ti accorgevi che ci stavi giocando sino a che qualcuno non te lo faceva notare “Ma ita ses, gioghendi a minghilledda?” (ma stai giocando a minghilledda?). C’era anche “su giogu de su serazzeddu”: bisognava indovinare dove era finito l’oggetto che passava di mano in mano. A scuola veniva chiamato il gioco del silenzio e serviva agli insegnanti per riposarsi un po’ o molto.
Al mio paese c’era un gioco estemporaneo: all’improvviso uno raccoglieva tre pietroline o peggio, le lanciava euforico in aria e gridava “A chie feri, feri”, (a chi colpisce, colpisce). Durava una sola volta, ogni volta. Anche la fantasia si amplia o si specializza a seconda delle necessità.
Per i meno usciti: mai rispondere entusiasticamente all’offerta di giocare a “rampazzo”, chiedendo di spiegarne le regole, pena scontare la facile rima. Adesso i ragazzi sono tutti poco usciti, giocano in casa, da soli, o in due, qualche volta in tre, con il joy stick, la strada non esiste più.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“I giochi di un tempo erano semplici, fattibili in qualunque situazione, non avevano bisogno di play station, ma solo di compagni di gioco.”
Da SFORTUNATI DUE VOLTE – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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