SORRENTINO INO INO


Editoriale del 2 settembre 2025

L’opera in concorso più applaudita finora dai critici italiani qui a Venezia è il nuovo film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo: “La grazia”. E viene da chiederci ancora una volta se gli elogi siano in buona fede o no, se sia più sopravvalutato Sorrentino come regista o Servillo come attore, se davvero il nostro cinema creda di riportare il pubblico nelle sale con roba del genere. Trattasi di un apologo sul dubbio nel quale il Presidente della Repubblica deve decidere se firmare la legge sull’eutanasia e concedere la grazia a due assassini (uno ha ucciso la moglie devastata dall’alzheimer, l’altra il marito violento): dopo che per due ore un plumbeo Servillo monocorde, onnipresente in ogni inquadratura, ha osservato meditabondo l’agonia di un cavallo, ha ascoltato da fan il rap di Guè (chissà perché), ha parlato con il papa di colore che viaggia in scooter e ha indagato su chi fosse l’amante della moglie (ormai defunta) quarant’anni prima, negli ultimi dieci minuti sembra Poirot, risolve tutti i dubbi e decide il da farsi. Il metodo Sorrentino è affrontare i massimi sistemi con falsa profondità: la sceneggiatura verbosa fa cadere dall’alto battute banali (“Di chi sono i nostri giorni?” chiede la figlia al Presidente per convertirlo all’eutanasia) o inconsistenti ma ad effetto (“Lasciarsi vivere è come lasciarsi morire”, boh!) per poi sciogliersi, tra plumbee metafore e sprazzi di ruffianeria, nel conformismo ingenuo e furbacchione tipico del regista. Che stavolta fellineggia molto meno, limita il virtuosismo dei movimenti di macchina e contiene le finte metafore. Per servirci un brodino da ospizio che ha per ingredienti pensose ovvietà, cucinato però come fosse una leccornia da ristorante stellato. Scommettiamo che la giuria non abboccherà.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Il metodo Sorrentino è affrontare i massimi sistemi con falsa profondità: la sceneggiatura verbosa fa cadere dall’alto battute banali (“Di chi sono i nostri giorni?” chiede la figlia al Presidente per convertirlo all’eutanasia) o inconsistenti ma ad effetto (“Lasciarsi vivere è come lasciarsi morire”, boh!) per poi sciogliersi, tra plumbee metafore e sprazzi di ruffianeria, nel conformismo ingenuo e furbacchione tipico del regista.” Da SORRENTINO INO INO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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