C’è qualcosa di insolito e di inspiegabile nell’improvvisa ossessione fonologica di giornalisti, speaker televisivi e radiofonici italiani. Da un po’ di tempo molti di loro esibiscono un rigore che sfiora il virtuosismo nella pronuncia di una singola consonante: la T di Trump.
Una bella T alveolare (diversa dalla T italiana che è dentale), che suona più come una C, “Tcramp” che si arrotola sulla erre che la segue. È una T che si fa notare, che cattura l’attenzione. E che mi da fastidio. Ma perché, mi chiedo, speaker e giornalisti con ostentato compiacimento si sono messi a inseguire la precisione fonetica proprio con il presidente degli Stati Uniti? Perché, quegli stessi giornalisti che hanno da sempre “maccheronizzato” qualsiasi anglicismo, che hanno sempre pronunciato le R di Robert Redford come quella di Roma, senza neppure tentare una R anglosassone (approssimante post-alveolare), si scoprono improvvisamente dei puristi?
E, ritornando a parlare di leader politici, che dire di Margaret Thatcher? Per più di un decennio il suo cognome è stato ostentatamente pronunciato da tutti Taccèr, con buona pace del digramma TH, un suono fricativo dentale-interdentale che, nel suo caso, è sordo come nella parola “three”. Per lei nessun riguardo, nessun rispetto della fonetica. Lo ammetto, già Trump mi irrita di suo, che poi sia l’oggetto di questa particolare attenzione fonologica proprio non lo accetto.
A questo punto meglio adottare una par condicio fonetica e pronunciare tutto “all’italiana”: Taccer come praivasi, Aisenauer come eppi berdei, Tramp come vàter clos.
Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)
“Lo ammetto, già Trump mi irrita di suo, che poi sia l’oggetto di questa particolare attenzione fonologica proprio non lo accetto. Non da un popolo che continua a chiamare il WC (water closet) “vàter clos”.” Da TUTTE LE T DI TRUMP – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)



