UN DISPERATO BISOGNO D’AMORE


Editoriale del 15 marzo 2026

Mio babbo ebbe una disperata infanzia.

Non conobbe suo padre e dopo la seconda media – 1944 – fu costretto a cercarsi un lavoro per poter mangiare.

A otto anni si arrangiava con legna e orti.

A 9 andò via di casa per pascolare gli agnelli di un pastore.

A 10 si occupò di capre.

A 11 pestò pietre per farne ghiaia.

A 12 suo padrino – un sant’uomo che sposò una santa donna – lo prese con lui, quasi come un figlio, non avendone di suoi, e gli insegnò l’arte del commercio spiegandogli che il buon mercante non imbroglia mai nessuno.

E babbo mai nessuno imbrogliò, mai nulla rubò, ma una parolaccia disse, mai imprecò e mai si lamentò.

Mancò d’amore, però.

E amore cercò.

Un amore semplice, come lui.

Una casa calda, e una donna sincera, e dei figli leali.

Cercò come un matto una domestica felicità.

E la trovò negli occhi di mia mamma.

Babbo usciva di casa molto prima dell’alba e tornava dopo il tramonto, ma quando lo sentivamo aprire la porta lo accoglievamo sulla soglia, mamma davanti e noi dietro.

Ci salutava felice come un bambino, senza accarezzarci e senza baciarci, perché non si usava, ma il suo sguardo valeva più di baci e carezze.

E ogni sera faceva la solita scenetta.

“Ma perché mi avete aspettato? I bambini devono mangiare presto”, ma in quel momento era in paradiso.

Ci sedevamo a tavola e voleva essere servito per ultimo, perché pretendeva che i bocconi migliori andassero a mamma, e a noi.

Poi si faceva raccontare quello che avevamo fatto a scuola.

E ci raccontava la sua giornata come una novella medievale dal lieto fine.

Mamma, prima di mangiare, voleva che ci segnassimo con la croce.

E lui obbediva.

Non tornava mai a mani vuote.

Fosse della frutta, o un mazzo di asparagi, o una ricotta calda.

E quando aveva qualcosa di particolarmente buono – come ciliegie, o susine – ci chiamava da parte, a me e mio fratellino. “Non fate i lupi”, diceva, conoscendo il nostro appetito: “Lasciate che ne mangi prima vostra madre”.

Dopo cena, benché fosse devastato da 15 ore di lavoro incessante, ci faceva sedere attorno a lui, e ci spiegava in sardo un brano della Divina Commedia, che considerava un libro sapienziale, e tutto ci raccontava con la sua saggezza modesta ed esemplare.

Quando io nacqui – dopo tre giorni di travaglio – per la disperazione pianse, e fu la prima volta nella sua vita, disperato per le urla di mamma.

E quando lei subì un piccolo intervento chirurgico portò me e mio fratello – che eravamo già grandetti – alle sette del mattino in chiesa, a pregare per lei.

Poi tutti in ospedale, attendendo in silenzio che uscisse dalla sala operatoria.

Toccò il cielo con un dito quando ci sposammo, entrambi nello stesso anno

E raggiunse la gioia suprema quando prese in braccio i nipotini.

E si faceva accarezzare da loro, come non aveva mai fatto con noi.

E poi, quando Dio volle prenderlo con sé, chiamò mamma per dirle che non aveva nessun debito e che lei avrebbe dovuto cancellare tutti i suoi crediti nei confronti di chiunque.

“Ogni conto finisce con me”, le disse.

Ma sbagliavi babbo, sbagliavi: un commerciante vero non imbroglia.

Resteremo sempre in debito con te.

Sino all’ultima luce del sole.

Sempre in debito.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Babbo usciva di casa molto prima dell’alba e tornava dopo il tramonto, ma quando lo sentivamo aprire la porta lo accoglievamo sulla soglia, mamma davanti e noi dietro.” Da UN DISPERATO BISOGNO D’AMORE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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