Mio babbo ebbe una disperata infanzia.
Non conobbe suo padre e dopo la seconda media – 1944 – fu costretto a cercarsi un lavoro per poter mangiare.
A otto anni si arrangiava con legna e orti.
A 9 andò via di casa per pascolare gli agnelli di un pastore.
A 10 si occupò di capre.
A 11 pestò pietre per farne ghiaia.
A 12 suo padrino – un sant’uomo che sposò una santa donna – lo prese con lui, quasi come un figlio, non avendone di suoi, e gli insegnò l’arte del commercio spiegandogli che il buon mercante non imbroglia mai nessuno.
E babbo mai nessuno imbrogliò, mai nulla rubò, ma una parolaccia disse, mai imprecò e mai si lamentò.
Mancò d’amore, però.
E amore cercò.
Un amore semplice, come lui.
Una casa calda, e una donna sincera, e dei figli leali.
Cercò come un matto una domestica felicità.
E la trovò negli occhi di mia mamma.
Babbo usciva di casa molto prima dell’alba e tornava dopo il tramonto, ma quando lo sentivamo aprire la porta lo accoglievamo sulla soglia, mamma davanti e noi dietro.
Ci salutava felice come un bambino, senza accarezzarci e senza baciarci, perché non si usava, ma il suo sguardo valeva più di baci e carezze.
E ogni sera faceva la solita scenetta.
“Ma perché mi avete aspettato? I bambini devono mangiare presto”, ma in quel momento era in paradiso.
Ci sedevamo a tavola e voleva essere servito per ultimo, perché pretendeva che i bocconi migliori andassero a mamma, e a noi.
Poi si faceva raccontare quello che avevamo fatto a scuola.
E ci raccontava la sua giornata come una novella medievale dal lieto fine.
Mamma, prima di mangiare, voleva che ci segnassimo con la croce.
E lui obbediva.
Non tornava mai a mani vuote.
Fosse della frutta, o un mazzo di asparagi, o una ricotta calda.
E quando aveva qualcosa di particolarmente buono – come ciliegie, o susine – ci chiamava da parte, a me e mio fratellino. “Non fate i lupi”, diceva, conoscendo il nostro appetito: “Lasciate che ne mangi prima vostra madre”.
Dopo cena, benché fosse devastato da 15 ore di lavoro incessante, ci faceva sedere attorno a lui, e ci spiegava in sardo un brano della Divina Commedia, che considerava un libro sapienziale, e tutto ci raccontava con la sua saggezza modesta ed esemplare.
Quando io nacqui – dopo tre giorni di travaglio – per la disperazione pianse, e fu la prima volta nella sua vita, disperato per le urla di mamma.
E quando lei subì un piccolo intervento chirurgico portò me e mio fratello – che eravamo già grandetti – alle sette del mattino in chiesa, a pregare per lei.
Poi tutti in ospedale, attendendo in silenzio che uscisse dalla sala operatoria.
Toccò il cielo con un dito quando ci sposammo, entrambi nello stesso anno
E raggiunse la gioia suprema quando prese in braccio i nipotini.
E si faceva accarezzare da loro, come non aveva mai fatto con noi.
E poi, quando Dio volle prenderlo con sé, chiamò mamma per dirle che non aveva nessun debito e che lei avrebbe dovuto cancellare tutti i suoi crediti nei confronti di chiunque.
“Ogni conto finisce con me”, le disse.
Ma sbagliavi babbo, sbagliavi: un commerciante vero non imbroglia.
Resteremo sempre in debito con te.
Sino all’ultima luce del sole.
Sempre in debito.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Babbo usciva di casa molto prima dell’alba e tornava dopo il tramonto, ma quando lo sentivamo aprire la porta lo accoglievamo sulla soglia, mamma davanti e noi dietro.” Da UN DISPERATO BISOGNO D’AMORE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



