Leggere la Bibbia, come del resto leggere un qualsiasi altro testo di tipo letterario, non è come leggere la dichiarazione dei redditi, dove a ogni dato deve corrispondere una corrispondente fattura. I testi biblici fanno parte di un “discorso”, e tuttavia è vero che l’abitudine storica a ricorrere alle cosiddette “frasi di prova” (dicta probantia, proof texts), ha portato all’uso comune, sia nella lettura privata sia in quella pubblica o liturgica, di leggere singoli passi biblici del tutto isolati dal loro contesto. Una delle conseguenze è quella di vedere persone religiose bisticciare sul senso preciso da dare a ogni singolo termine, dimenticando che una parola fa senso nel “discorso” e non nella “enciclopedia”. Se queste discussioni sono paradossali quando a discutere, come sovente sui social, sono persone dimentiche che hanno a che fare con traduzioni e non con testi originali, non sono tuttavia da prendere come “oro colato” quando a discutere del senso preciso di ogni singolo termine sono fior di studiosi anche specialisti nelle lingue di origine.
Mi è capitato giusto pochi giorni fa: prima di parlare in una breve omelia mattutina di due minuti del passo biblico del giorno, ho voluto consultare il commentario oggi forse più completo e dettagliato (ben quattro volumi) del vangelo di Matteo dal quale la lettura era estratta. Ebbene, pur tenendo conto della fretta di una lettura prima dell’alba, la conclusione era che di nessun termine quell’autore dava alla fine un significato che non avesse un’alternativa di senso altrettanto probabile di quello da lui scelto. Non mi restava dunque che tornare al “discorso”, dove un fatto testuale soprattutto mi colpiva. Dopo che, a proposito della Legge ebraica (che al tempo della scrittura del vangelo era un punto di divergenza tra ebrei e primi cristiani accusati di abbandonarla), Gesù in Mt 5,17 dice (e ogni termine ha la sua discussione) di non “abolire” ma di “dare pieno compimento”, e dopo che Gesù rincara la dose dicendo che nemmeno un minimo trattino della Legge passerà senza che tutto sia “avvenuto”, e che chi insegna e osserva anche questi minimi dettagli «sarà considerato grande nei regni dei cieli», mentre chi non li insegna e non li pratica sarà «considerato minimo nel regno dei cieli» (5,19), il “discorso” sembra avanzare dicendo piuttosto il contrario, affermando che i discepoli non entreranno nemmeno nel regno se la loro giustizia «non supererà quella degli scribi e dei farisei» (v.20), che però erano proprio per definizione gli “osservanti” di quei minimi dettagli appena detti.
Se poi continuiamo a leggere (è il famoso discorso della montagna), trovo lo stesso “scherzo” di Gesù: cita la Legge («non uccidere»), rincara la dose (non dire nemmeno stupido»), ma poi aggiunge «Se però ti succede…», allora entra in gioco la misericordia che deve valere tra coloro che, rincorrendo la perfezione degli ideali, si accorgono invece che perfetti non saranno mai… a meno di fare i conti con la propria e altrui imperfezione. Finita, già dai tempi di Gesù, la gara ai santi subito.
La cosa curiosa è che il v. 20 sulla giustizia superiore è introdotta da un termine tradotto in genere, ma non sempre, con un “infatti”. Ora, sarà anche vero che in linguistica non esiste la categoria ufficiale di un “infatti antifrastico”, e che nel greco classico e nella koinè dei tempi evangelici quel connettivo, “gar-infatti”, sembra troppo grammaticalizzato per poter essere classificato come “antifrastico”, ma nel discorso il senso sembra proprio quello che un sardo abituato alle antifrasi intende, anche parlando in italiano, quando a uno risponde con un preciso tono di voce dicendo «E infatti!», intendendo, in questo caso, uno sviluppo correttivo che solo può portare a compimento, per sovrabbondanza di misericordia, un desiderio confusamente cercato come perfezione. Sarà per questo che una versione, la New Living Translation, dice in inglese: «But I warn you – Ma io vi metto sull’avviso».
Ora, visto che questi salmi finiscono sempre portando a conoscenza un testo biblico, chi è arrivato fin qui vada a leggersi il testo di Mt 5,17-20 e verifichi il danno di fermarsi, come fa la lettura liturgica, al v. 19, ignorando il seguito di quell’ “infatti”, un po’ antifrastico. Uno “scherzo”, mi pare, un po’ contrario a quello di Gesù.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“Una delle conseguenze è quella di vedere persone religiose bisticciare sul senso preciso da dare a ogni singolo termine, dimenticando che una parola fa senso nel “discorso” e non nella “enciclopedia”. Da Salmo 545 LO “SCHERZO” DI GESÙ, QUANDO “INFATTI” NON VUOL DIRE PROPRIO “INFATTI” – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



