UNA FIABA CINESE


Editoriale del 17 marzo 2014

Ve l’avrei pure chiosata la storia di papà Xukang, che dalla borgata cinese di Fengyi Fengxi porta tutti i giorni sul groppone il figlioletto disabile a scuola. Quattrovirgolacinque miglia per quattro volte, perché nel mezzo lavora, diciottomiglia circa uguale ventinovechilometri nella polvere delle mulattiere e l’orgoglio di dire che da grande il piccoletto sarà un ingegnere. Una storia che spacca, raccolta dai media cinesi e propagandata col petto di fuori dal sentimento nazionale, stoicismo maoista venduto sul mercato dall’élite ipercapitalista al potere. Bevuta come salutare sbobba dal resto del pianeta. L’avrei pure fatto, morbido come un lino in un crepuscolo estivo per blandire voi e me: la gloria del sangue padre-figlio, le papponerie dell’apparato comunista, l’ennesimo episodio di resistenza prodotta dal cuore etc etc. E guai a dire che Xukang dovrebbe imbracciare il fucile, perché nella tradizione del pensiero politico cinese pace e comunità precedono benessere e diritti. Siamo preparati. Insomma la fiaba, che dalla notte dei tempi rassicura in forme più o meno complesse- eccola là- genitori e figli, perché attraversino indenni sonni vuoti e sereni. E dietro chi scrive e racconta, deus ex machina, l’inviato di guerra che truce penetra e descrive abomini e resurrezioni, il manicheismo dell’essere, sempre con stile, naturale, fermo ma capace di spremere succhi per le fauci dell’emozione. Tutte minchiate. Lo dice bene Zuckerberg, partogenesi dell’accademia yankee e giovane demone di questi tempi stronzi: “La morte di uno sco­iat­tolo di fronte alla porta di casa pro­pria può essere più rile­vante per i pro­pri inte­ressi di quella di cen­ti­naia di per­sone in Africa”. Si è parato le chiappe con quel “può”, ma tutti sappiamo che ce ne importa un piffero di guerre e pestilenze. Più radicalmente, ce ne importa un piffero di chiunque, a meno che non stia sul groppone e non sia la nostra stessa carne. E anche questo avviene di rado. Ma tutti a riservare in fondo all’anima un refolo d’umanità, soverchiati dall’informazione e inerti come bucce d’uva spolpata. Teatranti del pensiero lobotomizzato, pitecantropi sublimati dalla tecnologia. Io me ne fotto di papà Xukang e del suo piccolo rospo. Dio ci perdoni. E precipiti gli ipocriti a fare in culo.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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