Nel mio finale di partita penso che sia fondamentale costruire un orto dei semplici.
Perché, pur ignorando se Dio esiste, mi imbarazzerebbe alquanto presentarmi al suo cospetto senza essere mondato dai peccati.
Ma la individuazione del circuito esatto del peccato è un gioco di inganni che si fonda sull’exaugoresis di Tertulliano, per il quale l’anima è collocata in un processo che la costituisce come soggetto di sapere o soggetto di conoscenza, naturalmente, ma anche come oggetto di conoscenza, secondo la lectio che mi arriva da Michel Foucault.
Solo nell’ìpotesi terapeutica dell’orto dei semplici infatti trovo compiuta l’ipotesi del filosofo di Cartagine che nel suo “Apologeticum” scrive:
«Hoc est, quod deum aestimari facit, dum aestimari non capit.»
(Questo è ciò che ci fa comprendere Dio: il fatto che non lo si può comprendere)
Il dubbio mi fa venire in mente che devo fare ‘exaugoresis’, cioè pubblica penitenza, in questa tentazione ontologica che mi deriva principalmente dall’inno di San Giovanni Battista, del quale festeggiamo a breve la ricorrenza, trasformato da Guido d’Arezzo nella scala musicale.
Non mi interessa spiegare l’incomprensibile.
Ma riconduco tutto all’inno nazionale del tempo composto nel settimo secolo dopo Cristo da quel genio della musica che fu Nagisa, arpista alla corte di re Cosroe in Persia.
Nella mia exaugoresiscosa potrei raccontare a Dio, se esistesse, che egli già non sappia?
Riascolto “se tu m’ami”, vero caso di falsificazione musicale, scritta da Alessandro Parisotti che la attribuì a Pergolesi come sua ultima canzone in punto di morte quando aveva appena 26 anni. Se ascolto però la versione cantata da Claudia Muzio ritrovo in questa strofe gli stessi temi del secondo interludio de “La serva padrona”.
E qui mi pare che la falsificazione sia quindi doppia.
Parisotti finge di attribuire falsamente a Pergolesi la musica di “se tu m’ami” in modo che gli esperti più sofisticati potessero pensare a una falsificazione.
Invece la vera falsificazione è far pensare che sia falsa una vera attribuzione.
In questo modo si confonde la morte e il diavolo se ne va.
Meglio comunque dilettarmi nella composizione mistica delle mie erbe d’alchimia.
I dolori mi inchiodano.
Sono le 3 del mattino e non ho ancora chiuso occhio.
Mi alzo dal letto e ricerco fra i miei 40.000 volumi le poesie di Manuchehri: che rimpianto non aver studiato il Parsi. Sono costretto a leggere nella versione inglese di J.W. Clinton:
“Come farlo e come farlo
Tutto ciò che devi fare è farlo
Come funziona il tuo lavoro
Puoi farlo in modo semplice.
Farlo e come farlo”
Farlo e non farlo
Tutto ciò – come capitò a Gurdijeff leggendo gli stessi versi – mi porta alla coscienza ontologica di me.
Ci ripenso un po’.
Sono in finale di partita.
Ma esiste un finale in questo mondo?
Gurdijeff finisce la poesia alla famiglia con quel fantastico verso:
“Se stai meditando e arriva un diavolo, metti quel diavolo a meditare.”
Farò così io.
Quando nostra Signora morte arriverà, la metterò a meditare sulla morte sua.
Come fare e come farlo.
Pergolesi.
Parisotti.
E Guido d’Arezzo.
Come fare e come farlo.
Medita morte sulla morte tua.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Riascolto “se tu m’ami”, vero caso di falsificazione musicale, scritta da Alessandro Parisotti che la attribuì a Pergolesi come sua ultima canzone in punto di morte quando aveva appena 26 anni. Se ascolto però la versione cantata da Claudia Muzio ritrovo in questa strofe gli stessi temi del secondo interludio de “La serva padrona”. – Da IL GIOCO DI TERTULLIANO NEL MIO FINALE DI PARTITA – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



