CAPITAN RANCORE, EPISODIO ABRUZZO


Editoriale del 3 febbraio 2019

 

Se il paradosso è un’affermazione che, vera o falsa, ha l’obiettivo di sorprendere chi ascolta o se è il risultato inaccettabile – in quanto contrario al senso comune – di una serie di affermazioni coerenti, allora Salvini in Abruzzo si è servito del controparadosso: una serie di ragionamenti logici fallaci mirati a rassicurare, non a stupire, l’opinione pubblica. Apre ricordando che l’Italia vera è quella che lo acclama, non quelle delle minacce a lui rivolte e della violenza contro chi governa. Da lì in poi solo minacce e violenza, perché bisogna chiamare le cose col loro nome, come fanno i veri capitani coraggiosi. Le interviste in piazza confermano che qualcosa è cambiato. Si è normalizzato un linguaggio che prima faceva girare i curiosi anche nelle peggiori bettole padane. Si invocano ruspe. Qualcuno dice che i barconi vanno affondati, gli immigrati fucilati. Se scappano dalla guerra, guardi, sono il primo a portarli a casa mia. E non scappano dalla guerra? Eh no! Sono alti due metri! A parte la consolazione personale, cosa non da poco, di essere alta un metro e sessanta (ci fosse bisogno, nessuno dubiterebbe del mio status di profuga) c’è da riflettere. Mentre Salvini strilla che l’Italia non è quella delle minacce e dell’odio, la logica collassa e Capitan Rancore prende di mira un contestatore, uno che se ne sta lì da una parte con un cartello che dice: non parli a nome mio. Il minimo sindacale della contestazione. Neanche un’interruzione, neanche una pernacchia. Con sprezzo il capitano forte con i deboli, armato della piazza e di un potere che l’interlocutore non ha, lo sbeffeggia, lo ridicolizza, lo mette a tacere. Forse lo insegnano alla scuola di formazione della Lega (si, lo so, sono tre parole che non capita di vedere scritte di fila, scuola, formazione e Lega). Forse lo insegnano lì a prendersela con le minoranze, con chi non ha voce o microfono, a fare i bulli con quelli meno potenti. Così si spiegherebbe l’aggressione a Maria Brighi della Casa internazionale delle donne che contestava il ddl Pillon e ha rimediato spintoni e insulti. I confini, la patria, la morale, la religione, il lavoro. Ci sono troppe cose che Salvini deve difendere. Ci sta che si sia dimenticato gli italiani. Tutti. Inclusi quelli che lo detestano. Fino a qualche anno fa non si arrivava alle comunali senza aver assimilato questo concetto. Persino Berlusconi sorrideva a chi lo voleva morto. E annunciava sornione: sarò il presidente di tutti. Poi incrociava le dita dietro la schiena, ma sorrideva anche quando gli tiravano le statuine in faccia.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

https://youtu.be/XCRDXYWbtLM

Neanche un’interruzione, neanche una pernacchia. (da CAPITAN RANCORE, EPISODIO ABRUZZO – Editoriale di Eva Garau)

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