Il cioccolato ha ammaliato i Maya, gli Atzechi, il Papa Pio V, le favorite (le escort di allora) di Luigi XV, Mozart, Goethe, Maria Antonietta, che perde la testa per il cioccolato prima che per la ghigliottina, Giacomo Casanova (lo usava come afrodisiaco!). Fidel Castro lo usava, a ragione, per limitare gli effetti nocivi del sigaro. Pio V nel 1569 emise una bolla pontificia che consentiva, durante i periodi di digiuno, l’uso di una tazza di cioccolato al giorno. Più tardi il dilemma dottrinale se il cioccolato fosse un liquido o un solido impegnò non poco le intelligenze speculative dei Gesuiti, poiché se solido, non doveva essere consentito prima della comunione. Il dilemma venne risolto da Rudolph Lindt che produsse cioccolato fondente per i credenti praticanti e da Pier Paul Caffarel che lo produce in barrette per i cattolici non praticanti, i laici, gli eretici.
Soprattutto le donne impazziscono per il cioccolato: non resistono a mangiarne in eccesso. Provano benessere e piacere durante la consumazione: qualcuna riferisce: “è l’unica cosa su cui posso contare quando lo desidero”. A differenza dei soggetti dipendenti dall’eroina e dall’alcol, le donne dipendenti dal cioccolato non hanno pudore a confessare la loro dipendenza. In una donna la passione per il cioccolato è ritenuta un vezzo molto femminile. La dipendenza dal cioccolato è definita in inglese chocoholism, un neologismo originato da chocolate e alcoholism. La vittima è definita chocoholic, in italiano cioccolista. Come i gesuiti di una volta, gli scienziati si pongono il dilemma: il cioccolato è un cibo o una droga? Poi concretamente essi si chiedono: che cosa contiene il cioccolato che lo rende così seducente? Gli scienziati hanno scoperto che il cioccolato piace anche ai topi e ai ratti, tanto che questi se posti a scegliere fra la cocaina e il cioccolato non hanno dubbi: scelgono il cioccolato. I nostri ratti “alcolisti” lo preferiscono all’alcol. Nel cioccolato sono presenti diverse sostanze psicoattive: la teobromina cugina della caffeina, la feniletilamina parente stretta dell’anfetamina, l’anandamide endogeno della cannabis, ecc. Ma, se queste sostanze contribuiscono a mediare l’effetto antidepressivo e quello euforizzante del cioccolato, a loro non è riconducibile il suo fascino irresistibile. Esso deriva dai suoi 500 aromi e sapori che arrivano al cervello direttamente dal naso e dalla gola, non dallo stomaco. Cercare la molecola responsabile del piacere del cioccolato è come attribuire ad una nota musicale la magia di una sinfonia di Mozart. La maggior parte dei cioccolisti non ha alcuna voglia di guarire dalla malattia, ma a colei che volesse veramente uscire dalla dipendenza, posso consigliare di arruolarsi fra i cioccolisti anonimi, chocoholics anonymous, un’associazione che usa le stesse strategie degli alcolisti anonimi: una salita di dieci scalini che ripete la stessa liturgia: “mi chiamo Fidel e sono un cioccolista”.
Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Il cioccolato ha ammaliato i Maya, gli Atzechi, il Papa Pio V, le favorite (le escort di allora) di Luigi XV, Mozart, Goethe, Maria Antonietta, che perde la testa per il cioccolato prima che per la ghigliottina, Giacomo Casanova (lo usava come afrodisiaco!). Fidel Castro lo usava, a ragione, per limitare gli effetti nocivi del sigaro. Pio V nel 1569 emise una bolla pontificia che consentiva, durante i periodi di digiuno, l’uso di una tazza di cioccolato al giorno.”



