“Ho scoperto che per scrivere delle belle storie devi avere molti morti”, afferma il narratore, uno scrittore che si fa suggerire le trame dai cari defunti. Nel suo ultimo romanzo “L’orto americano”, da cui è tratto il nuovo film che sarà presentato alla Mostra di Venezia, Pupi Avati unisce le due anime della sua poetica: la potenza del pensiero d’amore e l’angoscia horror del puro male. Nella Bologna dei giorni della Liberazione, la fugace apparizione della bellissima ausiliare americana Barbara, come la Beatrice di Dante, incanta lo sguardo ingenuo del protagonista, certo che “le potenzialità di quell’amore sono infinite. Che sanno creare l’impossibile”. Stavolta però l’impossibile si manifesta in un incubo allucinante, sviluppato da Avati in un crescendo di tensione, a partire da una vagina di donna trovata dentro un vasetto di vetro in un orto dal quale si levano gemiti inquietanti. La ragazza è scomparsa, forse vittima di un serial killer, e dalla scintilla dell’innamoramento il poveretto si troverà scaraventato nelle tenebre di macabre scoperte e misteriose uccisioni, tra Argenta in Romagna e Davenport nello Iowa, fino all’esplosione della spietatezza più nera. “Il magico firmamento che sta disvelando la sua iniziatica trama” assume così una dimensione allucinata di forte suggestione e Avati, a 85 anni, firma un romanzo di inquietante giovinezza. Di solito infatti lo sgomento affascina i giovani, mentre i vecchi, più vicini al buio, si tengono alla larga da ciò che non li consola.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



