EUTANASIA DI UN FARMACOLOGO


Editoriale del 16 maggio 2025

Il 15 gennaio 2015 sull’Unione Sarda è apparso un mio articolo commemorativo su Giuseppe Bartholini, il farmacologo che ha scelto di porre fine alla propria esistenza attraverso l’eutanasia. Il titolo era

“Il medico con la Sardegna nel cuore ha scelto di morire in Svizzera”

accompagnato da una mia fotografia, in buona salute.

Qualche giorno dopo, incontrai per strada uno di quei lettori che si limitano a leggere i titoli dei giornali. Con tono quasi di rimprovero, mi chiese stupito: “Ma tu non sei morto in Svizzera?”. Imbarazzato, mi sentii quasi in colpa e risposi citando Stormfield di Mark Twain: “Lassù ci si annoia, mi sono pentito di essere morto e sono tornato tra voi!”.

A parte il titolo ambiguo, l’articolo offre una viva immagine del mio amico Beppe e le sue riflessioni sull’eutanasia, che meritano di essere conosciute. Tutti i medici e i malati di Parkinson conoscono il farmaco da lui ideato, la Levodopa/Carbidopa (Sinemet, Madopar). Beppe Bartholini conosceva bene i farmaci che nella clinica svizzera gli avrebbero procurato una morte rapida e indolore – l’eutanasia, pratica ancora proibita in Italia e considerata un reato paragonabile all’omicidio, nonché un peccato mortale per i cattolici.

Da giovane, Beppe era stato educato dai gesuiti, che gli avevano trasmesso alti principi morali ma non erano riusciti a convincerlo che Dio è il padrone della nostra vita e che nemmeno il proprietario di un corpo ha il diritto di porvi fine. Bartholini sapeva che i medici dispongono di farmaci efficaci contro quasi tutte le sofferenze, anche le più atroci, ma era anche consapevole che esiste una piccola percentuale di malati terminali per i quali questi rimedi non bastano ad alleviare il dolore, il senso di soffocamento, la nausea, il vomito incoercibile, la sete inestinguibile o a correggere l’incontinenza che lede la dignità personale. Quando uno o più di questi sintomi diventano intollerabili e persistenti, è ragionevole che il paziente chieda di essere aiutato a morire.

Le dotte disquisizioni dei gesuiti e, purtroppo, dei politici sulla sacralità della vita riguardano proprio l’esistenza di questi infelici, tra i quali, malauguratamente, si trovava Beppe. Alcuni magnanimamente concedono che se qualcuno vuole suicidarsi, lo faccia pure, ma senza l’aiuto di altri e soprattutto senza quello del medico. Tuttavia, mentre alcuni possono togliersi la vita autonomamente, altri non hanno questa possibilità. Pensiamo ai tetraplegici, come Fabo, o agli anziani malati terminali completamente soli, sopravvissuti a parenti e amici. Perché proprio il medico? Perché è la figura più adatta a valutare se la condizione del paziente sia veramente irreversibile, e può dissuadere da richieste ingiustificate di eutanasia, come nel caso di pazienti depressi.

Beppe Bartholini non era depresso. Se ci fosse stata un’alternativa, avrebbe voluto continuare a vivere a Parigi nella sua antica casa sull’Ile de la Cité – dove, come attesta una targa, visse un nobile della corte di Luigi XVI prima di finire ghigliottinato nel 1794 – o trascorrere le estati in Sardegna a Torre delle Stelle, in una casa più bella di quella del vicino Pippo Baudo. Avrebbe voluto continuare a fumare i sigari amati da Fidel Castro, Che Guevara e, si parva licet, Bill Clinton durante i suoi giochi con Monica Lewinsky.

Beppe sapeva che quei sigari erano la causa della sua malattia, ma dissentiva sul libero arbitrio: “Checché ne dicano i gesuiti, il libero arbitrio non esiste tra i fumatori di sigari Avana!”, teorizzava. Inoltre aggiungeva: “Non si deve essere schiavi della propria volontà”.

L’alternativa legale all’eutanasia è la sedazione profonda, con lo stesso cocktail di farmaci che, in dosi appropriate, induce la morte nel sonno – senza sogni, contrariamente a quanto immaginava Shakespeare (“perchance to dream”). Un metodo meno barbaro ma più sicuro del cuscino soffocante dell’Accabbadora di Michela Murgia o del martello di legno d’olivo conservato nel museo di Luras, con cui sa Femmina Accabbadora poneva fine alle sofferenze del moribondo con un colpo secco e preciso.

Concludo con una considerazione da farmacologo: non è raro che medici e farmacologi vengano interrogati da malati terminali e loro familiari sui metodi disponibili per una morte rapida e indolore. La maggior parte dei medici sa poco sull’argomento, poiché all’università si insegnano gli effetti terapeutici e la tossicità dei farmaci usati per curare, mentre la farmacologia dei composti impiegati nel suicidio assistito, nelle esecuzioni capitali e nell’eutanasia attiva non fa parte del loro curriculum. I farmaci usati impropriamente per suicidarsi possono causare una morte dolorosa e prolungata.

Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

“L’alternativa legale all’eutanasia è la sedazione profonda, con lo stesso cocktail di farmaci che, in dosi appropriate, induce la morte nel sonno – senza sogni, contrariamente a quanto immaginava Shakespeare (“perchance to dream”).” Da EUTANASIA DI UN FARMACOLOGO – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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