Battaglia in greco si dice “màche”, che è all’origine del termine “macello”, e non sarà senza motivo che in tedesco il termine Schlacht significhi sia battaglia sia macello. «Clausewitz (Della guerra, libro IV) sosteneva che tutti gli sforzi bellici devono concorrere a preparare il combattimento, che ha sempre lo scopo di distruggere l’avversario: in particolare, la «grande battaglia» va considerata come la quintessenza o il centro di gravitazione della guerra, e costituisce la via più sanguinosa verso la soluzione, dato che la strage ne è il carattere fondamentale» (Dizionario dei temi letterari, Utet). Una battaglia rappresenta, dunque, il momento culminante di una lotta tra fazioni rivali o di una guerra.
Su questo sfondo concettuale e storico, da una parte, il 7 ottobre ha fatto passare una “guerra” di settanta anni nella “battaglia finale”, nel “macello” reciproco cercato come risolutivo; e d’altra parte, sia nel Vicino Oriente sia nell’estremo est dell’Europa, sugli iniziali conflitti tra due popoli “vicini”, anche nel senso di “mischiati”, si va sovrapponendo un confronto personale tra leader che non si risparmiano giudizi sprezzanti e minacce reciproche di azioni risolutive, mentre si autodecorano anzitempo di medaglie al valore.
Prima di dare le facili colpe alle ideologie religiose, riflettiamo che noi stessi siamo stati formati alla guerra e alle battaglie finali fin dalle scuole medie, non dalla lettura delle pagine belliche della Bibbia, ma dalla lettura obbligatoria e purtroppo parziale dell’Iliade, dove la “guerra” tra greci e troiani si trasformava rapidamente nelle “battaglie” decisive tra i singoli eroi che così dimostravano il loro valore. Siamo cresciuti in classi scolastiche dove ci si divideva tra i difensori di Ettore e quelli di Achille, mentre non si arrivava mai a leggere il libro XXIV dove «la riappacificazione è fondata sul superamento della volontà di vendetta e sul rispetto per i morti». A leggere alcune dichiarazioni di oggi, giustamente di fuoco, o contro gli uni o contro gli altri, mi sembra che niente sia cambiato dai tempi delle classi divise o per Ettore o per Achille.
Ora, “con buona pace” (se fosse possibile) dei guerrafondai fondamentalisti di ogni latitudine e confessione religiosa, invano cercheranno nella bibbia un corrispondente dell’epica omerica che fa rifulgere il valore personale dell’eroe, mentre troverebbero invece molte pagine a smentire i diffusi e sempre rinnovati culti della personalità, siano essi “civili, militari e religiosi”, come si usa dire in una espressione che si vuole correttamente onnicomprensiva.
Eppure, forse, a ben leggere il libro conclusivo dell’Iliade, trascurato da una formazione occidentale fondamentalmente concorrenziale, per non dire guerrafondaia, il richiamo omerico agli dèi poteva ben preparare quell’annuncio controcorrente di qualche secolo successivo, che avrebbe proclamato «Beati i miti… Beati i misericordiosi…»:
«Le Moire hanno dato agli uomini un animo in grado di rassegnarsi.
Lui, invece, dopo aver tolto la vita al divino Ettore
lo lega di continuo al cocchio e lo va trascinando intorno al sepolcro
del suo compagno: non ne trarrà vantaggio né onore alcuno.
Sì, è un valoroso: ma stia attento! Noi Dei ci possiamo adirare!
È terra insensibile ormai quella che oltraggia nella sua furia».
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
«Le Moire hanno dato agli uomini un animo in grado di rassegnarsi.
Lui, invece, dopo aver tolto la vita al divino Ettore
lo lega di continuo al cocchio e lo va trascinando intorno al sepolcro
del suo compagno: non ne trarrà vantaggio né onore alcuno.
Sì, è un valoroso: ma stia attento! Noi Dei ci possiamo adirare!
È terra insensibile ormai quella che oltraggia nella sua furia». Da Salmo 511 GUERRE, BATTAGLIE E MACELLI. QUALE RITORNO ALL’ILIADE? – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



