Di Antonangelo Liori
Capitolo 5 – Quando Alcinoo morì
Qui l’autore, il cieco Demodoco, racconta della morte del re Alcinoo, che saggiamente regnava sulla metropoli che da Tharros iniziava per poi perdersi per lungo tratto dell’entroterra. Qui il suo racconto e il suo canto.
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Quando il re di Tharros vide la nube nera avventarsi su di lui, si fece portare da Nausicaa un mazzetto di finocchio d’acqua e lo mangiò.
Ho piantato nel grande giardino della mia casa alcuni semi raccolti a “mar’e foghe” e sono cresciuti belli e rigogliosi.
Non voleva Alcinoo avere un’espressione sofferente davanti alla teoria di sudditi ed amici che sarebbero venuti a salutarlo.
Voglio essere sepolto con volto felice nella bara che mia figlia sceglierà nel momento in cui l’anima avrà lasciato il mio corpo.
Così il re mangiò quella verdura amara e un ghigno gli bloccò il volto nella spasimo finale.
Non devo avere un’espressione triste nel mio ultimo momento.
Il popolo guarda Alcinoo ridere e sa che la morte è giunta.
Ricordo quando cantavo le gesta di Ulisse in questa splendida reggia che oggi chiamano Uraki.
Il popolo mi ascoltava.
Ma ero cieco.
Ricordavo le storie di Ulisse.
Che era della stessa stirpe.
Ero cieco.
Ricordavo e non vedevo.
Nessuno vede, pochi ricordano.
Quando lui entrò ero cieco.
Non lo vidi.
Il giorno della sua morte Alcinoo rivide Ulisse.
E me che lo cantavo.
Esistevano l’uno e l’altro perché io li cantavo.
Ma ero cieco e non vedevo.
Quando assaggiai il finocchio d’acqua, fenugheddu de abba, l’amico che me lo offrì mi disse di mangiarne poco se non volevo impazzire.
Lo assaggiai in quella montagna che digrada verso il mare.
E la mia testa divenne pesante, la bocca si bloccò e il mio spirito divenne leggero.
Guardai il mio corpo volare nell’aria e sentii la mia coscienza cedere.
Alcinoo moriva nella grande sala dove cantai le gesta di Ulisse che stavano piangendo mentre vedeva Alcinoo piangere al mio racconto.
Assaggiai quell’erba nella montagna sacra che digrada verso il mare.
Lo scrissi nel ventesimo canto, al verso 302.
Così dicendo, con il suo braccio robusto prese una zampa di bue,
che stava in un canestro e la scagliò:
Odisseo la evitò piegando un poco la testa
, ed in cuor suo rise col riso amaro dei sardi.
l’altro colpì la bella parete della sala.
Il libro dell’erba dei sardi.
Che quando la mangiano il loro ghigno di morte sembra un sorriso.
Atena stessa accompagnò Ulisse alla reggia di alcinoo dicendogi:
Tu cammina in silenzio mentre io ti indicherò la strada
non guardare nessuno e non fare domande,
perché qui tollerano poco gli stranieri,
non accolgono bene chi viene da un altro paese;
si fidano delle loro navi agili e veloci, superano
i grandi abissi del mare: questo è il dono dello Scuotiterra
che le loro navi siano veloci come le ali o come il pensiero”.
Detto ciò, Pallade Atena si incamminò
rapidamente e lui seguì i passi della Dea.
Ma i Feaci, navigatori gloriosi, non lo vedevano
camminare tra loro per la città: non lo
Atena dai bei riccioli, Dea tremenda, che lo aveva
affettuosamente circondato con una nebbia divina.
Odisseo ammirava i porti, le lucide navi,
le piazze per le assemblee e le mura altissime,
munite di sostegni, meravigliose a vedersi
Ma quando giunsero al glorioso palazzo del re,
cominciò a parlare Atena dagli occhi lucenti:
“Straniero, questa è la casa che mi chiedevi
di mostrarti: qui troverai i sovrani prediletti da Zeus
seduti a banchetto. Tu entra e non aver paura
perché un uomo coraggioso vale più degli altri
in ogni impresa, anche se arriva da lontano.
Nella sala, vai prima di tutto dalla regina:
il suo nome è Arete e discende dalla stessa famiglia
da cui è nato anche il re Alcinoo
Detto ciò, Atena dagli occhi lucenti si allontanò
dal mare infecondo e lasciò l’amabile Scheria;
Odisseo, invece,
giunse allo splendido palazzo di Alcinoo; stette fermo
e meditò a lungo, prima di varcare la porta di bronzo:
c’era una luce come di sole o di luna
nella casa dall’alto soffitto del valoroso Alcinoo
Dentro, c’era una fila di troni ai due lati della porta
sino al vano più remoto, sui quali erano appoggiati
dei pepli sottili e finemente lavorati (opera di donne);
proprio lì andavano a sedersi i capi dei Feaci
per bere e per mangiare: ce n’era sempre per loro.
Fuori del palazzo, vicino alla porta, c’era un grande
giardino di quattro iugeri, recintato dai due lati.
Lì vi erano grandi alberi verdeggianti:
peri, melograni e meli dagli splendidi frutti
fichi dolci e fertili ulivi. I loro frutti non finivano mai
durante l’anno (né d’inverno né d’estate),
non appassivano: Zefiro soffiava sempre lì,
faceva crescere e maturare i frutti uno dopo l’altro:
Li aveva messo radici una vigna dai molti frutti:
una parte, in una zona calda e pianeggiante, maturava
al sole; altri grappoli li avevano già raccolti, altri ancora
li stavano pigiando; accanto c’erano uve
che perdevano il fiore, altre che cominciavano a colorarsi.
Lì, accanto all’ultimo filare, c’erano ortaggi ben curati
di ogni tipo, che risplendevano tutto l’anno.
C’erano due sorgenti: una si espandeva in tutto il giardino;
l’altra, dal lato opposto, scorreva sotto la soglia
di quell’alto palazzo: da qui i cittadini attingevano l’acqua.
Questi erano gli splendidi doni degli Dei nella casa di Alcinoo:
il glorioso Odisseo stava fermo ed ammirava tutte queste cose;
quando ebbe rimirato tutto nell’animo suo,
attraversò la soglia ed entrò nel palazzo
Tutti fecero silenzio vedendo un uomo nella sala
Lì mi vide Odisseo mentre lo cantavo.
Ed esisteva perché lo cantavo.
E per questo pianse, non per altro.



