Mio nonno portò la giovane moglie e le sue due bambine in
Campidano, come diceva lui quando andava a svernare col
gregge, e cioè accanto alle cumbessias di san Serafino a
Ghilarza, avendo trovato un vasto e rigoglioso pascolo.
Il prete gli aveva dato in affitto una, per i tempi, bella casa in
campagna dove la giovane famiglia stette bene.
Nonna era incinta quando scese in pianura e la bambina
nacque di nemmeno sette mesi in seguito allo spavento per
una eccezionale alluvione avvenuta a fine ottobre.
Era troppo piccola, zia Maria, e ci stava nel palmo di una
mano.
San Serafino era isolato dall’acqua e non poterono portarla in
ospedale, dove peraltro sarebbe sicuramente morta.
Nonna allora la stese sopra una tegola ricoperta da fine
cotone coltivato a Busachi. E la ricoprì con un’altra tegola
riscaldata al fuoco del camino.
Ogni 3 ore sostituiva la tegola affinché fosse sempre calda e
nel frattempo, assieme alle faccende, recitava il rosario con le
due figlie più grandicelle che appena balbettavano qualche
parola.
Ogni tre ore, sollevata la tegola ormai appena tiepida,
stringeva al petto la bambina che, non aveva abbastanza
forza per allattare.
Nonna così, dolcemente, le apriva la bocca e le spruzzava il
suo latte direttamente dal capezzolo, con precisione amorosa.
Otto volte al giorno.
Ogni giorno.
Nonno la guardava, disperato ma fiducioso nell’amore di una
madre. Poi prendeva in braccio le bambine. “Ce la farà, Maria
ce la farà”.
Si invocavano entrambi a san Raffaele, a san Serafino e a
santa Maria de su Bonu Accattu, dove fecero promessa di
pellegrinaggio.
Esattamente 70 giorni, 540 tegole, 540 spruzzi di latte in
quella piccola bocca aperta con tenerezza da due dita
magiche.
Nella notte che si apriva a Capodanno, i due coniugi insonni
sdraiati nel letto sentirono zia Maria piangere con forza, e fu il
primo pianto della sua vita, il primo suono che uscì dalla sua
bocca.
Saltarono dal letto, sollevarono la tegola e videro il miracolo
della bambina che allungava le manine verso di loro.
“Ha fame”, disse nonna.
La attaccò al seno e lei strinse avida il capezzolo.
Nonna pianse per la gioia e nonno si vestì per andare a
mungere assieme a “su theracu”.
Nonna gli domandò: “Stai piangendo?”.
Ma un uomo non piange mai, né per la tristezza, né per la
felicità.
“Ma sei matta?” le rispose: “Sapevo da subito che l’avresti
salvata”.
Sacrificò al Dio dei giusti l’agnello migliore.
E lo mise allo spiedo davanti al fuoco del camino.
E mentre “su theraccu” lo girava, lui imboccò le bambine con
la ricotta fresca mischiata col miele amaro.
Amara e dolce è la vita.
Ma perché diventi meravigliosa occorre saper amalgamare
bene e male.
Zia Maria divenne alta e bellissima, fiera come una dea nel
suo costume di orbace rosso.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Nella notte che si apriva a Capodanno, i due coniugi insonni sdraiati nel letto sentirono zia Maria piangere con forza, e fu il primo pianto della sua vita, il primo suono che uscì dalla suabocca.” Da ZIA MARIA, CHE A CAPODANNO RINACQUE – Di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



