BABBO, MAMMA E L’EDUCAZIONE SESSUALE


Editoriale del 1° febbraio 2026

Quando frequentavo la terza media ero già alto e forzuto.

Superavo di un palmo quasi tutti i miei compagni, ad eccezione di un continentale, ma ero di lui ben più energico.

Ero anche, dico la verità, un bel ragazzetto e le fanciulle mi sbirciavano.

Mamma di tutto ciò era molto preoccupata e voleva che babbo mi spiegasse i segreti dell’intimità.

Li sentivo spesso discutere nella loro camera.

“Devi prenderlo da parte e dirgli un po’ le cose”

“Io?”, rispondeva babbo, che era pudico come il sole di gennaio a mezzanotte: “Che gli dovrei dire io?”

“Beh”, rispondeva mamma: “Come fa un ragazzo con le ragazze”

“E che ne so io di cosa fa un ragazzo con le ragazze? Si arrangerà”

Mamma si inalberava: “Si arrangia cosa? Siamo in una terra straniera e chissà chi incontra”.

La terra straniera, giusto per capirci, era Cagliari, 130 chilometri dal paese mio. Da noi le sue coetanee indossavano ancora il costume di orbace rosso mentre in città anche le madri di famiglia giravano in minigonna.

“E parla a bassa voce”, aggiungeva la preoccupata genitrice: “Non vorrei che sentisse”.

“Senta o non senta non mi riguarda: io di queste porcherie non parlo”.

E chiudeva lì la comunicazione.

Così in pratica tutti i giorni,

Lei in apprensione per me e babbo in apprensione per sé stesso.

Una domenica al ritorno dalla campagna io vidi una bella ragazza che faceva footing, stretta in una tutina attillatissima.

La guardai con espressione sognante e babbo osservò la scena.

“Ehi”, mi disse nel suo sardo adamantino: “Perché la guardi?”

“Perché è una bella ragazza”, risposi in un sardo del medesimo tenore.

L’espressione di babbo cambiò: da perenne scorbutico divenne raggiante.

“Ti piace?”

“Certo”, risposi io.

“E perché?”

Restai perplesso per qualche secondo.

“Perché è bella” gli ribattei.

“Quindi ti piacciono le donne”.

“E certo che mi piacciono le donne”.

Babbo mollò il volante per un istante e si sfregò le mani soddisfatto come un armadillo che abbia trovato un pingue nido di formiche…

E  iniziò a cantare a squarciagola.

“In su mont’e Gonare

Cantat una sirena

Chi cantat notte e Die”

Lo guardai perplesso.

“Canta con me figlio mio, canta con me”.

Cantammo insieme.

Poi si fermò nel baretto di Su Loi nelle campagne di Capoterra e ordinò una birra per lui e per me una gazzosa alla quale aggiunse un goccio della birra sua.

“Occorre festeggiare”, mi disse.

“Festeggiare cosa?”

“Niente”, rispose: “Una discussione che ho con tua madre, E non dirle che ho messo birra nella tua gazzosa, che quella si diventa una furia”.

Bevemmo seduti al tavolino e, tornati in macchina,  riprese il suo canto.

“In su mont’e Gonare

Si non mi dan’a tie

Mi trunco carchi vena

E mi lasso irbenare”.

Quando entrò a casa ancora cantava.

“Che è successo?”, domandò mamma.

“Tutto a posto, tutto a posto”, commentò.

E fu tutto.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“In su mont’e Gonare

Cantat una sirena

Chi cantat notte e Die”

Da BABBO, MAMMA E L’EDUCAZIONE SESSUALE – Editoriale di Antonangelo Liori  (Pastore di Aristan)

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