“È matta come Gesù”. Questa frase nel film “La leggendaria Dolly Wilde” viene pronunciata dal frontman di un gruppo rock per definire una ragazzina estrosa e intraprendente (Dolly Wilde, appunto) che vuol fare la critica musicale.
“È matta come Gesù”, finalmente! Finalmente un po’ di vita, un po’ di allegria parlando di Gesù, questo brillantissimo, intenso, carismatico uomo del popolo che duemila anni fa è riuscito a sconfiggere l’oblio sistematico che dannava gli umani della sua condizione sociale.
I quattro vangeli accreditati sono stati scritti vari decenni dopo la sua morte da persone che non lo hanno incontrato e hanno raccolto testimonianze sulla sua vita “rinforzando” il suo messaggio rivoluzionario (quasi tutto raccolto nel cosiddetto “discorso della montagna”) con effetti speciali di ogni tipo: resurrezioni (Lazzaro e la figlia di Giairo) passeggiate sulle acque, moltiplicazione di pani e pesci, guarigioni istantanee di ciechi sordi zoppi e chi più ne ha più ne metta. Dalla sua morte si è scatenata una gara selvaggia a banalizzarlo e strumentalizzarlo. Un mare di gente che dichiarava di volerlo difendere si è data da fare per disumanizzarlo. Hanno reso vergine sua madre (nel secolo scorso con un colpo di genio l’hanno addirittura spedita in cielo in carne e ossa); hanno cercato di convincerci che suo padre credeva ciecamente agli angeli che gli parlavano nel sonno; hanno insinuato che Maria Maddalena, la sua molto probabile fidanzata, fosse una puttana… e poi, soprattutto, con sapiente ipocrisia hanno costruito sulle sue parole vasti e vari imperi di potere.
Per la tranquillità dei “poveri di spirito” (categoria privilegiata dagli speculatori) hanno fatto di tutto per trasformare Gesù – quel “matto” di Gesù – in un perfettino estatico da contemplare e usare a piacimento senza essere disturbati dalle sue passioni terrene e dal suo senso dell’umorismo.
Per fortuna a riscattarlo dalle elucubrazioni dei teologi rendendolo alla sua divina umanità ci sono gli artisti. Anche quelli recenti.
Per esempio Max Ernest che lo ha dipinto mentre, bambino, viene sculacciato da Maria, sua madre.
O, per restare a Maria, Luis Buñuel che nel film “La Via Lattea” ce la mostra mentre convince Gesù a non tagliarsi la barba.
Oppure Martin Scorsese che nel bellissimo “L’ultima tentazione di Cristo” (film tratto dal libro omonimo di Nikos Kazantzakis stupendamente tradotto in italiano da Nicola Crocetti) racconta le sue debolezze.
O ancora il poeta Rainer Maria Rilke che, descrivendo la sua profonda solitudine nell’Orto degli Ulivi poco prima che lo ammazzassero, scrive: “Dicono poi che un angelo discese; un angelo, perché? La notte scese. Triste notte qualunque, all’altre uguale”.
O, per chiudere questa breve serie di finzioni più vere dei testi ufficiali, voglio ricordare il Gesù che Michail Bulgakov nello straordinario romanzo “Il Maestro e Margherita” ci mostra attraverso lo sguardo di un Ponzio Pilato devastato dal mal di testa. E ogni lettore sente vero persino quel feroce mal di testa. Molto più vero della mirra che uno dei tre re venuti dall’oriente donarono a Gesù appena nato. Ma ci rendiamo conto? I suoi genitori non avevano trovato un alloggio, erano in una stalla, al freddo, lui stava tra un asino e un bue… e un tizio col cammello gli porta della mirra. Chissà quali pittoresche imprecazioni devono essere passate per la mente di Giuseppe, suo padre.
Filippo Martinez (Amico di Gesù)
“Per fortuna a riscattarlo dalle elucubrazioni dei teologi rendendolo alla sua divina umanità ci sono gli artisti. Anche quelli recenti. Per esempio Max Ernest che lo ha dipinto mentre, bambino, viene sculacciato da Maria, sua madre. O, per restare a Maria, Luis Buñuel che nel film “La Via Lattea” ce la mostra mentre convince Gesù a non tagliarsi la barba.” Da QUEL MATTO DI GESÙ – Editoriale di Filippo Martinez (Amico di Gesù)



