1.FULMINACCI: Stupida sfortuna
2.ERMAL META: Stella stellina
3.DITONELLAPIAGA: Che fastidio!
4.ARISA: Magica favola
5.MALIKA AYANE: Animali notturni
6.SAYF: Tu mi piaci tanto
7.DARGEN D’AMICO: Ai ai
8.SERENA BRANCALE: Qui con me
9.LEVANTE: Sei tu
10.SAL DA VINCI: Per sempre sì
Sanremo è sempre Sanremo, ridicolo parlare di crisi: 11 milioni di spettatori, anziché i 13 dello scorso anno, sarebbero un flop? Come dire che se io nel 2025 ho guadagnato 13 milioni di euro e nel 2026 solo 11 sono diventato un poveraccio. Il 69% di share è un risultato stratosferico, rispetto non alla media degli ascolti ma alle vette. È vero invece che il livello delle canzoni risulta modesto, in parte perché dalle botti della musica italiana questo è il vino che esce, in parte perché il biennio del bravo Carlo Conti non ha brillato certo per spirito di innovazione e di ricerca. Le precedenti edizioni, quelle di Baglioni e di Amadeus, offrivano più sorprese e maggiore qualità. Un’ombra di grigiore aduggia circa due terzi delle 30 canzoni in concorso. Spiccano due perle di straordinaria musicalità come “Stella stellina”, dedicata da Ermal Meta ai bambini vittime di Gaza con un sound quasi balcanico di struggente delicatezza, e la canzone di Fulminacci, gioiello di cantabile perfezione destinato a diventare un classico come “Musica leggerissima” o “Tango”. Da salvare anche il ritmo della buffa nevrosi contemporanea di Ditonellapiaga, le bellissime voci di Arisa, Serena Brancale e Malika Ayane, il sottovalutato Dargen D’Amico, meno superficiale di quanto sembri, forse il più al passo coi tempi, e la sola vera scoperta di quest’anno, il giovane Sayf. Per il resto, o canzoni sofisticate di scarsa presa (Patty Pravo, Levante, Nigiotti) o brani che non decollano ma girano a vuoto nella bruttezza (Eddie Brock, Renga, la Lamborghini). In un Festival ispirato alla tradizione di Pippo Baudo, impegnato a celebrare Laura Pausini, i Pooh e Andrea Bocelli (per non parlare della comicità stantia di Alessandro Siani), non stupisce che il vincitore sia stato Sal Da Vinci, campione del neomelodico napoletano, genere degenere da cui siamo attratti come i cani dai bastoni. Peggio di Sal Da Vinci e più kitsch di lui c’è solo la crociata snob contro Sal Da Vinci, per cui onore delle armi alla vitale sfrontatezza della autenticità tamarra, spudorata e spassionata, di chi ha vinto perché è convinto, ci crede. La sua canzone pacchiana ci imbarazza, come in passato quelle di Mario Merola, Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio (tutti ampiamente rivalutati), ma rimarrà nel tempo a emozionare le anime semplici e le orecchie di bocca buona. Come diceva un vecchio proverbio, i cani abbaiano ma la carrozza passa.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Spiccano due perle di straordinaria musicalità come “Stella stellina”, dedicata da Ermal Meta ai bambini vittime di Gaza con un sound quasi balcanico di struggente delicatezza…” Da SANREMO: LA NOSTRA CLASSIFICA – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



