«Perciò, dà i loro figli alla fame,
gettali in mano alla spada;
le loro donne siano senza figli e vedove,
i più anziani morti di peste,
e i loro giovani colpiti da spada in battaglia.
Si oda un grido dalle loro case,
perché saccheggio improvviso porterai su di loro,
perché essi hanno scavato una fossa per catturarmi
e hanno teso lacci ai miei piedi». (Geremia 18,21-23)
Anche se può sembrare incredibile, questa imprecazione è del profeta Geremia (18,21-23), e per di più in un momento in cui, a giudicare dalle ultime due righe, doveva aver perso il senso delle proporzioni in seguito a un fallito tentativo di sequestro.
In occasione della recente pubblicazione postuma delle “Lezioni sull’odio” tenute alcuni anni fa in Aristan da Michela Murgia, c’è chi, conoscendo, o intuendo, il “genere letterario” delle lezioni “aristaniane”, ne ha approfittato per riflettere con serenità sulle “avversità” della vita, unendo risata e buon senso come “elaborato personale e comunitario” valido per il Corso di Laurea in Teoria e Tecniche di Salvezza dell’Umanità, presso, appunto, l’Università di Aristan – Facoltà di Scienze della Felicità.
Capita dunque che l’unione di “risata e buon senso” possa coincidere con un corretto metodo di lettura dei testi biblici. Leggere un testo biblico non è leggere la dichiarazione dei redditi, dove a ogni dato deve corrispondere una fattura. Leggere la bibbia è leggere un discorso, e ogni discorso ha un suo genere letterario e le sue regole, dalle quali non conviene mai escludere il buon senso. Talvolta, capita, invece, che il buon senso viene escluso da un cumulo di erudizione, pure corretta e interessante, ma che può portare a capire il rovescio di quello che il testo intendeva.
Se è vero, e si può essere d’accordo, che «chi odia veramente non vede altro che l’odio» (citazione da “Adversus Murgia” di Vito Mancuso, La Stampa 18/2/26), non era poi difficile capire per Michela quello che non è difficile capire per Geremia: tutti e due, per chi li conosce (e ci sia lecito in questa circostanza metterli insieme), vedevano molto più dell’odio, e in quelle imprecazioni incriminate forse è possibile vedere proprio quella «ponderazione e maturità» che «capisce il ruolo positivo, in un certo senso generativo, dell’avversario, perché senza di esso (senza l’ “ad-versus’ che rappresenta il polo opposto al nostro ‘versus’) non vi sarebbe neppure la nostra identità» (ancora citazione). Questione di identità, infine? Perché in una vera imprecazione, chi impreca prende atto della realtà “ad-versus”, e al medesimo tempo se ne distacca, lasciando a un terzo estraneo il compito di fare quello che lui augura ma, appunto, non fa.
E per Geremia questo “terzo” era il suo Dio che lo incaricava di parlare, e al quale (se sappiamo leggere e mettere insieme con buon senso e un pizzico di umorismo), dice, appena prima della sua imprecazione, proprio il contrario:
«Ricòrdati quando mi presentavo a te,
per parlare in loro favore,
per stornare da loro la tua ira» (Geremia 19,19-20).
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“…non era poi difficile capire per Michela quello che non è difficile capire per Geremia: tutti e due, per chi li conosce (e ci sia lecito in questa circostanza metterli insieme), vedevano molto più dell’odio, e in quelle imprecazioni incriminate forse è possibile vedere proprio quella «ponderazione e maturità» che «capisce il ruolo positivo, in un certo senso generativo, dell’avversario,” Da Salmo 544 QUANDO IL SENSO DELL’UMORISMO È PIÙ NECESSARIO – Editoriale di Antonio Pinna (salmista ad Aristan)



