ADOTTA UN ORANGOTANGO


Editoriale del 25 giugno 2015

Nei giorni scorsi ho adottato un orangotango. Il suo nome è Baby Cinta, ma preferisco chiamarlo “Musetto di scimmia”, come una mia vecchia fidanzata. Infatti è una femminuccia, un’orfanella (al peggio non c’è mai fine) che ha solo qualche mese di vita, uno scimmione in erba. Pago una quota annuale per sostenere le spese della sua crescita, in compenso vengo tenuto al corrente dei suoi programmi e dei suoi progressi. Ho conosciuto anche altre persone che hanno avuto la stessa idea: abbiamo fondato un club, ci incontreremo per parlare dei nostri piccoli. Ora mi sento in pace con la mia coscienza. Per decenni ho consumato tarallucci, biscottoni, macine e segreti di bosco contenenti olio di palma, senza avere mai smesso peraltro di mangiare Nutella. Non sono preoccupato per la mia salute, anche se qualche ricercatore (in tanti sproloquiano su quest’argomento) ha associato un consumo eccessivo di olio di palma a un aumentato rischio di demenza. Sono invece preoccupato per il destino degli orangotango, sloggiati a migliaia dalle foreste pluviali abbattute per lasciare il campo alle piantagioni di palma. E’ per questo che ho deciso di adottarne uno. Ne ho passati in rassegna tanti prima di decidere, quindi la scelta è caduta su Baby Cinta. È timida e nervosa, ma, mi è stato garantito, sa farsi rispettare. Quando cresce potrei farle aprire la porta agli ospiti, acchiappare le mosche o battere la carne quando cucino; ma non credo che verrà mai a casa mia; è molto meglio per lei che se ne stia laggiù, nel Borneo. Mi basta che ogni tanto mi faccia sapere come sta, una foto, un pensierino, l’esame della patente, una pagella scolastica. Musetto di scimmia, mi accontento di poco.

Tony Cinquetti
(Etica gastronomica)

COGLI L’ATTIMO

 

l’olio di palma e gli oranghi

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