BABBO NATALE, UN PESO PER L’UMANITÀ


Editoriale del 24 dicembre 2015

Nel tentativo di salvare il pianeta dai gas serra e di difenderlo dall’esistenza di sette miliardi di persone che tendono a moltiplicarsi esponenzialmente, la scienza si affanna a calcolare l’impatto ambientale di qualsiasi cosa, non importa che sia un albero, un uomo, un pollo o un peperone. Con risultati spesso contrastanti: si è sempre sostenuto che la dieta vegetale è quella col minor impatto ambientale, ora sembra dimostrato che mangiare lattuga sia tre volte più dannoso che mangiare pancetta e che melanzane e cetrioli siano più costosi per l’umanità delle carni di pollo e maiale, in quanto per coltivarli si consumano più acqua ed energia. Senza entrare nel merito, è idiota cercare di misurare il costo del creato con un arido indice (CO2, anidride carbonica prodotta), mettendo nel tritacarne tutto quello che è servito a far crescere una patata o una mucca, a produrre un latticino o a far viaggiare le ciliegie, senza tener conto di usi, costumi, gusti e passioni degli esseri umani. A quanta anidride carbonica equivale amare qualcuno o qualcosa, anche di inutile? C’è chi ha cercato di fare i conti in tasca a Babbo Natale: acqua necessaria per far crescere le renne, manutenzione della slitta, tempo passato a pettinare e curare la barba, lucido per gli scarponi e così via. Risultato? Ogni viaggio di Babbo Natale equivale a 256.000 chili di anidride carbonica, mentre per produrre un chilo di fagioli borlotti se ne emettono solo 0,8. Meglio farne a meno e acquistare i regali sotto casa.

Marco Schintu
(Ufficio pesi e misure di Aristan)

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