BARCONI DEI MIGRANTI NELL'ACQUARIO DI PROUST


Editoriale del 28 aprile 2015

Ogni giorno, quando leggo le cronache apocalittiche che descrivono il naufragio dei barconi e vedo i servizi dei tg sulla morte atroce di centinaia di migranti, mi viene in mente il Grand Hotel, dotato di comfort eccezionali, raccontato da Marcel Proust nella Recherche. Grandi sale da bagno, colonne di marmo, sale di lettura, american bar e ristoranti con stucchi dorati e immense vetrate verso il mare, dietro le quali Proust descrive la presenza inquietante dei poveri: pescatori e contadini che, come visitatori di un acquario, vengono a vedere come mangiano e si divertono i ricchi. Dice proprio così: come visitatori di un acquario. Ora i poveri, stanchi di osservare e basta i ricchi, hanno dato l’assalto all’acquario e ci annegano quotidianamente, trasformando il Mediterraneo in un acquario di cadaveri. Noi ricchi non sappiamo che fare: c’è chi, spaventato, propone di rispedirli tutti quanti dietro le vetrate a guardarci, chi, in un afflato di bontà, preferirebbe farli entrare tutti nel Grand Hotel, col rischio di mandare a gambe all’aria tavolini e cucine, saloni e colonne. Nessuno sembra prendere atto che il nostro mondo è costruito sulla oggettiva sproporzione tra una minoranza ricca, stanca e scontenta, oltretutto imbelle e smidollata, e una maggioranza povera e assai agguerrita. Ogni ipotesi di soluzione che non parta da questa premessa, si ritroverà a fare i conti con il medesimo problema, che il tempo provvederà a complicare ulteriormente. Basta leggere l’agghiacciante intervista (sulla Repubblica del 24 aprile a pagina 14) a uno dei pochi sopravvissuti alla traversata, Sekou Diabate, 22 anni, che ha visto sparire tra le onde il fratello: “Pregavamo per non annegare ma anche per non tornare mai più in Libia: è meglio morire che rimettere piede in quel paese…E’ vero che mio fratello Karim non c’è più, ma forse è meglio morire che vivere come vivevamo”. Il massimo ragionamento che le nostre menti sofisticate riescono a formulare è che abbiamo fatto una cazzata a permettere il linciaggio di Gheddafi, che almeno riusciva a tenere buoni, con i metodi che sappiamo, i suoi poveri sudditi. Che l’Europa non esisteva, se non come sistema economico impegnato ad arricchire le già ricche banche e a costruire le inutili rotatorie sulle strade, lo si sapeva già: l’indifferenza generale per le stragi dei migranti ha solo confermato la cecità e l’incapacità dell’acquario dell’Unione Euro (senza il pea) di concepire e gestire la contemporaneità.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

La prima cosa bella (Mogol – Nicola Di Bari – Gian Piero Reverberi 1970) cantata dai Ricchi e poveri a Sanremo

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