BERNARDO LODDO: UN VERO SAMURAI


Editoriale del 21 marzo 2025

Un samurai, l’aveva definito Yoshiko Nakamura, la ricercatrice giapponese in visita al laboratorio di virologia. Nel mio immaginario il samurai era il guerriero visto al cinema, che utilizza la sciabola ricurva, la katana, con leggendaria destrezza, è rasato alla sommità del capo, combatte in difesa dell’Imperatore o del Principe. Yoshiko aveva scoperto in Bernardo, più che l’aspetto fisico del samurai (scuro di carnagione, robusto, statura media, rasato), la straordinaria destrezza nell’utilizzare gli attrezzi nel lavoro di ricerca. Yoshiko era rimasta ammirata soprattutto dalle qualità morali di Bernardo: onestà, fedeltà, rettitudine, le stesse del samurai.

Nel 1972, in occasione dell’introduzione sul mercato della prima cefalosporina, il British Council conferì a Giuseppe Brotzu un prestigioso riconoscimento. Brotzu volle con sé a Londra il suo giovane allievo: quel samurai gli dava sicurezza, poiché dimostrava ai colleghi inglesi che la ricerca scientifica dell’istituto di igiene di Cagliari non si era arrestata dopo che Brotzu si era dedicato all’attività politica.

“Nella fotografia di quello storico evento Bernardo è vestito di grigio, senza cravatta, maglia a girocollo. Viene pertanto tenuto a distanza dal gruppo dei signori vestiti di nero.”

Nel 1964, quando rientrai per la prima volta dagli Stati Uniti, Bernardo mi chiese di collaborare alle sue ricerche di virologia. Aveva posto come condizione che non mettessi mano negli esperimenti: si fidava solo della sua prestigiosa abilità. Io dovevo limitarmi a discutere, pianificare e scrivere. Una condizione ideale per un ricercatore anziano, non per il giovane quale io ero allora. La diffidenza di Bernardo era giustificata poiché nelle “piastre Petri” aveva prodotto per la prima volta nella storia un virus tossicodipendente, il quale si moltiplicava solamente in presenza di concentrazioni di “guanidina” tossiche per la cellula ospite. I risultati di quelle ricerche vennero pubblicati su Nature. Il virus tossicodipendente ci servì per produrre un vaccino contro la poliomielite. Quella ricerca, allora, aveva solo interesse scientifico poiché il vaccino di Sabin aveva sradicato la poliomielite dalla faccia della Terra, non c’era la fretta angosciosa quale quella per il vaccino contro il corona virus. Rileggere quel lavoro, pubblicato su Science, mi riempie di una struggente nostalgia e mi suscita qualche preoccupazione: degli autori – Bernardo Loddo, Giuseppe Brotzu, William Ferrari, Antonio Spanedda e io – sono il solo sopravvissuto!

Nel 1965 io e Bernardo fummo invitati alla NewYork Accademy of Science. Io presentavo i risultati della ricerca vicino allo schermo, Bernardo proiettava le diapositive dal fondo della sala. Appena pronunciai “as the slide shows” (come di vede da questa diapositiva), sentii la voce di Bernardo “no si biri nudda!” (non si vede nulla). Ma quel lamento non fu l’unico incidente nel viaggio di Bernardo. La notte, dopo la conferenza, Bernardo mi telefonò dall’Hilton Garden di Bethesda: “non c’è il posto che hai prenotato!”. In quell’albergo, che prometteva “Premier Hospitality”, non c’era posto per quel samurai sardo, talmente abbronzato da sembrare un negro. Bernardo amava la sua motocicletta Guzzi e il vento che gli accarezzava la faccia. Nel 1979 morì a causa di un banale incidente: il casco allora non si usava. Da quando Bernardo è mancato, è scemato anche il mio interesse per la virologia.

Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

“Nel mio immaginario il samurai era il guerriero visto al cinema, che utilizza la sciabola ricurva, la katana, con leggendaria destrezza, è rasato alla sommità del capo, combatte in difesa dell’Imperatore o del Principe.” Da BERNARDO LODDO: UN VERO SAMURAI – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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