Quando un bandito manca lo si inventa.
Capita a Belvì, paese pacifico, che invidiando i briganti altrui, se ne è inventato uno suo, Saltaro.
Al quale ha dedicato una via che conduce alla sua casa natale.
La casa natale di un bandito mai nato è una casa del presunto sé.
Il Matto è infatti l’arcano zero, cioè quello che non c’è.
Il primo inizia dopo di lui, che antecede ogni idea di carta, trasformando il numero in un’assenza.
Saltaro è il protobandito, vissuto nel XII secolo, cioè 900 anni fa.
È il primo bandito.
Cioè il bandito zero.
Il matto dei tarocchi.
Di lui si sa solo che è vissuto.
E anche se non è mai vissuto, nessuno dubita della sua essenza.
Dice Lao Tze nel Tao te ching:
“con l’argilla bagnata si formano i recipienti; ma è il vuoto che è in essi a consentire la pienezza dei vasi.”
Da cui discende il corollario:
“C’è la parte visibile dell’utilità; ma l’essenziale rimane invisibile “
.
Questo concetto sta alla base dello zero, un’invenzione indo-babilonese successiva di circa 3 secoli alla massima zen.
Il vuoto di due vasi le cui bocche combaciano dà origine a un non numero, lo zero appunto.
Zero indica la cardinalità dell’insieme vuoto: se la sottrazione di due numeri dà zero significa che questi numeri sono uguali.
Di par suo lo zero non vale nulla.
Se è mediale – 101 – definisce un’assenza. Se è “operatore” si aggiunge “n” volte ad una cifra e serve a trasformare quest’ultima in un valore “n” volte più grande, secondo la base scelta.
Pur essendo nulla, lo zero è tutto.
È quell’essenziale che resta invisibile.
Furono gli indiani a trasformare lo zero in un numero e fu Kandinsky a essere ossessionato dallo zero, come dimostra in una delle sue opere più famose. “Circles in a circle”, circoli in un circolo, nel quale pare di sentire l’opera metafisica di Debussy, la mer, nella quale le onde del mare compongono il vuoto assoluto nel rinchiudersi in sé stesse con perfezione aurea.
Se Kandinsky si ispira a Debussy costui a sua volta si ispira per quest’opera straordinaria a William Turner che descrive lo zero assoluto nella sua opera magna, “Luce e colore”, ispirata a sua volta alla teoria dei colori di Goethe, con la sua ruota cromatica nella quale tutto si fonde nel vuoto assoluto del non colore, il quale si ispira a sua volta alla teoria dell’omicron, cioè dello zero, di Plotino che si ispira nuovamente allo zero babilonese.
E lo zero babilonese è il cuore pulsante del Matto, cioè del bandito che non c’è, archetipo dei banditi.
L’Arcano Maggiore il Matto, è il punto di partenza per l’evoluzione personale.
E quindi per l’evoluzione primigenia di un momento collettivo.
Di Saltaro si sa che è vissuto.
Si sa dove è nato.
E non si sa cosa abbia fatto.
Il motivo per cui è stato oggetto di un bando.
Il bando – che deriva dal goto “bandwa” – vuol dire “significare, indicare”. E dal gotico deriva il termine latino “bannum”, che si diffonde proprio nel medioevo nel senso di “persona indicata in pubblico” come da evitare.
E viene “significata” proprio dal baditore.
Un insieme di banditi si chiama “banda” e bandire sta per “cacciare via con editto pronunciato da un banditore”.
Prima di Saltaro non esistevano banditi.
Perché non esisteva neppure il termine.
E il bandito ha un’etimologia che risale ai goti,
i quali nel 1144 consacrarono a Parigi la prima cattedrale Gotica, Saint-Denis, cioè Dionigi, protovescovo di Parigi e uno dei 14 santi ausiliatori.
E san Denis è protovescovo come Saltaro è protobandito.
Ed è ausiliatore, cioè invocato assieme ad altri 13 nei momenti di bisogno.
Come i tarocchi.
Come il protobandito, protovescovo, prototarocco.
Saltaro è il primo dei banditi.
Costruisce l’epopea senza esistere.
Bandito di posizione.
Che esiste solo se esistono gli altri.



