A CHE COSA SERVE LA LETTERATURA


Editoriale dell'8 aprile 2014

A che cosa serve la letteratura? Ecco la risposta, per gli studenti del Quijote, in un testo esemplare: “Delle tesorerie dei re” (Sellerio), ricavato dalla conferenza tenuta dal critico John Ruskin a Manchester nel 1864, per la fondazione di una biblioteca pubblica. Un concentrato di cultura e saggezza, espresso con chiarezza cristallina da un pensatore forte, di squisita sensibilità e solide convinzioni. Nato come discorso d’occasione, ma talmente alto da assumere oggi i connotati di un classico. Riflessioni sulla lettura che polemizzano con la diffusa concezione che bisogna leggere per “farsi strada nella vita”, quando invece sfugge “la possibilità di un’educazione che, in se stessa, è avanzamento nella Vita”. Che sciocchezza leggere per fare soldi, quando la vera ricchezza risiede nella lettura stessa! La cultura non è un mezzo per altri fini, ma un fine in sé: non un modo per ottenere tesori, ma un tesoro essa stessa. Perché ascoltare le chiacchiere vuote dei nostri contemporanei quando abbiamo la possibilità di accedere alle parole degli scrittori, che ci hanno lasciato in dono il meglio di loro nelle opere scritte? L’idea di libro come “discorso meditato”, fonte di nutrimento spirituale, prevede la distinzione fra “libri del momento” (che nel migliore dei casi si limitano a “lettere e giornali ben stampati”, “chiacchiera utile o amena”, “conversazione di un amico intelligente”) e “libri dell’eternità”, non parlati ma scritti davvero. Ai quali il lettore deve rivolgersi non per rispecchiare il proprio pensiero (“se la persona che ha scritto il libro non è più saggia di voi, non c’è bisogno che lo leggiate; ma se lo è, i suoi pensieri saranno diversi dai vostri sotto tanti punti di vista”), ma per entrare nei pensieri dell’autore ed uscirne ammaestrati. Non per dire “Che bello! È esattamente quello che penso io!”, ma “Che strano! Non ci avevo mai pensato, eppure vedo che è così”. Un buon libro è un premio, una ricompensa da conquistare con fatica. E un uomo colto non è quello che parla molte lingue o ha letto tanti libri, ma quello che può anche non conoscere alcuna lingua se non la propria e aver letto anche solo “dieci pagine di un buon libro”, ma “qualunque lingua lui conosca, la conosce con precisione; quali che siano le parole che pronuncia, le pronuncia bene”. Sia che analizzi magistralmente un brano di Milton o si interroghi sul significato della parola “spirito”, che inciti alla “passione” o si scagli contro la vera volgarità, che è “mancanza di sensibilità”, che metta in guardia dalla genuinità del sentimento come dalla conoscenza non disciplinata, lo scopo è sempre quello di esaltare il libro come “provvista per la vita”. E “un libro che non valga molto, non vale niente”.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Gli occhiali d’oro (1987) diretto da Giuliano Montaldo, con Rupert Everett

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