ECCE D'APRILE


Editoriale del 7 aprile 2014

Girolamo Giraudo non ha mai saputo quanto la sua inconcludenza sia stata importante per la storia della filosofia. Studente d’ingegneria al Politecnico fra il 1886 e il 1888, preferiva gli umori d’osteria e bordello ai bisbigli nell’ovatta delle biblioteche. Nell’inverno del 1889 leggeva avidamente Delitto e castigo nella prima traduzione italiana. Intrecciava allora le grandi prospettive pietroburghesi e l’infinita scacchiera di Torino. Pensando alle febbri di Raskolnikov s’immaginò poeta e decise di scrivere una lirica sulla musica della strada che lo avrebbe riscattato dagli sberleffi borghesi di colleghi e amici. Per questo, vendendo il completo buono, i libri e un bruno canterano acquistò un fonografo munito di scatola di registrazione Berliner, e la mattina del 3 gennaio lo posò sul balconcino fiorito della sua camera in affitto in piazza Carignano. Pensava a un verso sul frusciare che i vestiti delle dame generano sull’acciottolato quando proprio sotto il suo balcone avvenne l’imprevedibile. Un vetturino sacramentava contro Fulmine, l’imbolsito e vecchio baio allacciato alla sua carrozza. In uno scoppio d’ira, motivato dalla cocciuta opposizione del cavallo al movimento, il funesto vetturino declinò il linguaggio della frusta, riducendo la groppa di Fulmine a una ragna di ferite sanguinolente. Una voce gentile, disperata e tedesca s’aggiunse allo strepito. Era quella di Friedrich Nietzsche, che piangente s’aggrappò alla bestia, ricoprendola dei baci che riuscivano ai poderosi e fradici mustacchi. La letteratura fa cominciare in quell’attimo la follia del genio che aveva distrutto per sempre le millenarie chiacchiere della filosofia occidentale. Tutte le teorie patologiche sulla pazzia di Nietzsche disattendono un’ovvietà. Sulla groppa di Fulmine il pensiero addentò l’ultimo brano di decenza, annichilì se stesso, si fece gesto. Tutti i piani dell’elucubrazione si sovrapposero riducendosi a punto inesistente. La verità coincise con la dispersione dell’io e la pluralità dell’essere s’annunciò in follia. L’esistenza sfuggiva al tempo, prendendo a prestito i connotati informali del silenzio. Nietzsche, come scrive Roberto Calasso, si palesò come “metafora proibita”. Come le stelle aveva agganciato nell’esplosione il Perfetto, l’energia che ciclicamente attraversa la vita, sostenendola. Nietzsche trascorse gli undici anni successivi fra mutismi ed escrementi. Morì il 25 agosto del 1900, quando le sue opere, sempre pubblicate a proprie spese, cominciavano a trapassare le accademie d’Europa. Giraudo perse il sonno per una settimana. Abbandonò ogni velleità poetica ed entrò a servizio presso un’officina ottica del centro. Nel settembre 1920 morì spappolato dal calcio di un fucile durante la furiosa occupazione degli stabilimenti FIAT, dove lavorava come capomeccanico. La sabbiosa registrazione del suo grammofono, arrivata per caso fra le mani di Karl Shwarz, tenente e collezionista tedesco a Torino nel 1944, è stata ascoltata e tradotta. Le uniche parole comprensibili pronunciate da Nietzsche sono “Ti amo Lou Salomè, ti aspetto nell’eterno meriggio, al di là delle acque oscure”. L’elegante grafia di Giraudo spiegò a Shwarz e al mondo l’ultima menzogna del profeta.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

backstage di un concerto del 1968 a New York, Jim Morrison improvvisa un brano su Nietzsche

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