Quello che segue è un brano tratto da “Le tue cosce calde e la mia solitudine wittgensteiniana” (Ediciones Termopiles- 1957), capolavoro di Arturo Jimenez Dejarramaria (Santiago, 1908-1981), caposcuola filosofico del Barbarismo, carboneria esistenziale e libertaria coagulatasi negli anni ’40 e mai estinta sebbene invisibile alle accademie e sconosciuta ai più. Jimenez, alto un metro e quarantadue, ottanta chili di carne india intabarrata in una formidabile coltre di peli spessi come fili di rame, riflette davanti a una rosticceria dopo essere uscito da un bordello del centro. Mi ha colpito molto: “Perché mai organizzare un pensiero, questo esercizio di macelleria del caos? Siamo solo fanciulli che con le mani a coppa trasferiscono il mare in un catino. Intollerabile è l’asservimento alla storia, l’ordinaria abitudine della costruzione: amori, religioni, aerei e civiltà. Una nuvola di sangue e parole crea la corsa della moltitudine cieca. Lo schietto NO all’affastellarsi delle generazioni è l’unica sillaba concepibile, schicchera che distrugge l’oppressivo, gigantesco castello di carte. Attorno è la contemplazione delle macerie, la mistica. Il Barbarismo è azione poietica compiuta nel deserto del tempo. Nicoletta, sulle tue terga ho letto e anticipato tutte le letterature della ribellione. Il mio inchiostro è il sudore, il cielo sterminato esplode nell’orgasmo e io sono il suo meraviglioso dinamitardo”. Jimenez chiude il capitolo sacramentando sul costo del pollame in Sudamerica. Piaga che lo costringe a rinunciare al contorno di patate.
Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)
COGLI L’ATTIMO
da Attila flagello di Dio (1982) diretto da Castellano e Pipolo e interpretato da Diego Abatantuono



