IL MIO ODIO PER LE MUTANDE


Editoriale del 13 maggio 2026

Perché il tavolo è maschile e la sedia femminile? Questa è una delle domande a cui cerco una risposta plausibile fin da ragazzina. Forse perché il tavolo è grande, talvolta imponente e pensato per sopportare carichi pesanti, mentre la sedia è più piccola, concepita per accogliere e assicurare riposo (a patto che non sia elettrica).

È la risposta che mi sono data inizialmente, pensando che tale criterio potesse adattarsi anche al divano e alla poltrona. Ma come la mettiamo col cucchiaio e della forchetta – accogliente il primo, aggressiva e minacciosa la seconda? O con la vasca e il bidet? Insomma, a parte gonna e pantalone, in italiano i generi dei sostantivi indicanti oggetti e concetti sono distribuiti a casaccio. Almeno apparentemente.

Pur non essendo femminista della prima né dell’ultima ora, questa distribuzione arbitraria mi ha sempre insinuato un sospetto inconfessato di prevaricazione linguistica maschile. Anche se esiste una parità di fondo nell’assegnazione del genere (c’è il maniero e la catapecchia, ma anche la reggia e il tugurio; l’aurora e il tramonto; la cacca e lo sterco; l’onore e la gloria), non mi sono mai rassegnata allo spreco dell’opportunità che i latini ci avevano offerto: il genere neutro per gli oggetti inanimati e i concetti astratti. Sarebbe stata un’opportunità pratica per apprendere e usare l’italiano più facilmente, ma anche un sistema per stabilire un’equità grammaticale rasserenante. Comunque, come diceva un amico di mio cognato noto (l’amico) per il suo saggio pragmatismo: “cosa fatta capo ha”. Fatto sta che questa gestione grammaticale crea ambiguità e imbarazzo, a partire dalle malattie psichiatriche (oggi “disturbi mentali”), che sono in gran parte femminili: depressione, ansia, distimia, fobia, agorafobia, schizofrenia, anoressia, bulimia. Certo, una compensazione arriva dalla tradizione teologica che parla di vizi (maschili) e virtù (femminili); ma non intendo addentrarmi in un campo  – quello teologico, intendo – che conosco poco.

Quel che è certo è che nella nostra lingua i sentimenti e gli stati d’animo sono quasi tutti femminili: generosità, gioia, allegria, passione, gloria, ira, arroganza, amicizia, audacia, impulsività, irruenza, avarizia, temerarietà, arditezza, meschinità, speranza, ansia, malinconia. Di maschile resta poco: coraggio, odio, disprezzo, onore e qualche altra cosuccia. Sarà per questo che esistono LA pittura, LA poesia, LA musica, LA letteratura, LA scultura. Insomma, L’arte.

Comunque basta con questo lungo preambolo; voglio parlare schiettamente e dirvelo chiaro e tondo senza girarci intorno: tutta questa insofferenza nasce da un’unica, nuda verità. Non sopporto il nome MUTANDE; odio entrare in un negozio e dover dire che mi occorre DELLE mutande. “È un sostantivo che mi imbarazza per motivi fonologici e semantici. Se aggiungiamo che il genere grammaticale è femminile diventa davvero troppo. Sentire la commessa che ripete l’orrendo vocabolo per sapere se le preferisco (le innominabili) di cotone o di lycra, mi fa sprofondare nell’umiliazione grammaticale più profonda.

Non c’è diminutivo o esotismo che tenga: “mutandina” è irritante, e “slip” (che in inglese significa sottoveste o ricevuta) è un ridicolo pseudo anglicismo. Così, per evitare umiliazione e avvilimento, compro le mutande esclusivamente online, oppure, quando capita, in un paese anglofono, dove le mutande sono neutre. Lì posso chiedere serenamente “the panties in the shop window”, con la stessa leggerezza con cui direi “the book is on the table”.

Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

“È un sostantivo che mi imbarazza per motivi fonologici e semantici. Se aggiungiamo che il genere grammaticale è femminile diventa davvero troppo. Sentire la commessa che ripete l’orrendo vocabolo per sapere se le preferisco (le innominabili) di cotone o di lycra, mi fa sprofondare nell’umiliazione grammaticale più profonda.” Da IL MIO ODIO PER LE MUTANDE – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

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