IL POETA TRA LA SCIMMIA E PLATONE


Editoriale del 4 ottobre 2013

Dov’è il poeta, si chiedeva agli inizi dell’Ottocento John Keats? La sua risposta è fulminante e sorprendente: è tutti gli uomini, è il re e il mendicante, ma soprattutto “può essere l’uomo tra la scimmia e Platone”. Platone va bene: ma la scimmia che c’entra? C’entrano entrambi, Platone e la scimmia, e allo stesso modo, perché il poeta è quello “che trova la propria via a tutti gli istinti”, che li sa trasformare in immaginazione, unendo l’abisso delle passioni e il cielo delle immagini e delle idee. Solo nella sua parola i due mondi sono collegati: la sua creatività è radicata nel corporeo e nel biologico, la sua immaginazione è anche corpo, le sue immagini ci “toccano” ed esercitano su di noi una forza che ha la stessa intensità di un’azione fisica. La poesia è un estratto concentrato di forze vive, corporee e psichiche, e ci rassicura e ci esalta proprio perché riesce a tradurre gli istinti in immagini, trasformando la scimmia in Platone

Silvano Tagliagambe
(Epistemeudomonologo di Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da Il banchetto di Platone (1989) di Marco Ferreri con Irene Papas, Philippe Léotard

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