IMPOSSIBILE GIUDICARE


Editoriale del 12 marzo 2013

Oltre che impossibile, giudicare un suicidio risulta indecente. A chi rimane, qualsiasi motivazione appare il più delle volte irrisoria. Pensate al celebre scritto di Luigi Tenco, che dichiarava di non poter sopportare una giuria del Festival di Sanremo che bocciava lui e mandava in finale “Io, tu e le rose” di Orietta Berti. Però il biglietto lasciato dal dirigente del Monte dei Paschi di Siena prima di buttarsi dalla finestra colpisce proprio per il minimalismo del messaggio: “Ho fatto una cavolata”. Possibile che, nel momento supremo di una decisione così tragicamente definitiva, un’anima gravata dal peso insostenibile non solo delle responsabilità contingenti che l’hanno spinta a quel passo, ma di un’intera vita di affetti, conoscenze e vicende, possibile, dicevo, che non sappia trovare qualcosa di più o di meglio di un congedo talmente superficiale, espresso in un lessico così sottotono? “Ho fatto una cavolata” è una frase che si dice dopo che ti sei rovesciato la minestra sui pantaloni, non prima di rovesciarti dalla finestra. Il suicidio è un atto fondante che ha il potere di ribaltare una biografia, di suggellare la propria vita con un senso e una coerenza, magari negativi, ma ai quali la morte dona un’autorevolezza che è un peccato sprecare. Forse anche i suicidi risentono della mediocrità dei nostri tempi. O forse, in quel momento, la disperazione toglie qualsiasi voglia programmatica e il biglietto d’addio rispecchia lo stato esangue di chi lo scrive. Delegando solo all’atto di violenza terminale contro se stessi la potenza di farsi ricordare e amare. E di denunciare la propria estraneità e inadeguatezza a un’esistenza che non merita un’argomentazione migliore perché sembra, essa stessa, “una cavolata”.

Fabio Canessa
(preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da La parola ai giurati (12 Angry Men 1957) diretto da Sidney Lumet, con Henry Fonda

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