LA CAPRA DROGATA E ALTRE VERE STORIE CAPRESCHE


Editoriale del 24 agosto 2025

Ogni sera il capraro “mannalittargiu” riportava in paese le capre che aveva tenuto al pascolo per tutto il giorno. E ogni capra tornava dal suo padrone. Erano 76, per 76 famiglie del mio rione.

Noi bambini – uniti in gruppo – le mungevamo a turno. Quattro le mantenevano, uno teneva il pentolino e due si alternavano nella mungitura.

La mungitura serale serviva per quagliare la “frue”.

Quella mattutina, prima di andare a scuola, per il latte della colazione. Poi ripassava il capraro e si riprendeva le capre. Ogni famiglia gli pagava il servizio. Ricordo circa 500 lire al mese, o giù di lì. Che per allora non era male.

Allevavamo sempre la figlia più promettente di quella capra in una sorta di selezione che dava grandissimi risultati.

A 19 anni decisi di allevare capre – il primo della mia stripe, formata da pastori e porcari – assieme a un gregge di pecore. E allevai due figlie di quella capra.

Di queste una era meravigliosa: a ogni parto faceva due o tre capretti e io allevai tutte le femmine.

Poi allevai le figlie delle sue figlie.

E le nipoti.

In una decina d’anni dalla razza di quella capra costituì una mandria straordinaria. Di quella razza più di cento capre. Quasi duecento capre con la stessa origine.

Bestie benedette: sane, forti, ottime lattifere e longeve.

In un’azienda che avevo comprato a 20 anni in Campidano si adattarono benissimo.

Avevo notato, però, che salivano tutte in uno sperone di roccia dove non si avventurava neppure la volpe e non vedevo traccia di pascolo per loro.

Incuriosito e avventato mi arrampicai con grandi difficoltà sin lassù scoprendo che le capre divoravano un arbusto il cui nome non posso rivelare su suggerimento della Forestale per evitare che truppe di tossicomani si avventurino da quelle parti.

Fatte analizzare all’Università di Sassari (e opportunamente segnalate alle autorità), foglie e rizomi di questi arbusti ho scoperto avere uno straordinario effetto psicotropo.

La mia capra – giunta alla veneranda età di dodici anni – perse completamente la vista a causa di una cataratta a entrambi gli occhi.

Mentre commentavamo la sua cecità, il mio fattore mi propose di macellarla per cuocerla con patate “in cappotto” ma mi opposi drasticamente. Eravamo ormai di famiglia io e lei. Le dovevo più di quanto lei mi dovesse e avrei lasciato che morisse di vecchiaia per poi seppellirla con tutti gli onori.

Sentito il discorso, lei fuggì fermandosi davanti a una pianta di rosa canina, che noi chiamiamo “orrollariu”, che aveva trovato io credo grazie al profumo.

Spinse l’occhio verso una spina e fuggì.

Tornò dopo alcuni giorni e notammo che ci vedeva benissimo.

Il veterinario aziendale mi disse che si era auto.curata con un vero e proprio intervento chirurgico mini invasivo.

Morì di vecchiaia qualche anno dopo e la piansi come un caro parente.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Eravamo ormai di famiglia io e lei. Le dovevo più di quanto lei mi dovesse e avrei lasciato che morisse di vecchiaia per poi seppellirla con tutti gli onori.” Da LA CAPRA DROGATA E ALTRE VERE STORIE CAPRESCHE – Editoriale di Antonangelo Liori

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