La grandezza della nostra infelicità e disperazione si misura sugli inchini reverenziali riservati a “La stanza accanto” di Pedro Almodovar, concepito come uno spot per l’eutanasia, dove Julianne Moore aiuta a morire l’amica Tilda Swinton, malata terminale. Gli incassi sono modesti, perché il cancro non è esattamente lo spettacolo che più ingolosisce il pubblico a pagare il biglietto, ma il film ha vinto il Leone d’Oro a Venezia e la critica si è spellata le mani dagli applausi gridando al capolavoro che non è. Intendiamoci, tecnicamente è un’opera di alta professionalità: regia solida, recitazione perfetta delle due protagoniste, fotografia esemplare, così come la colonna sonora e la scenografia. Atmosfere algide, melò sottopelle alla Douglas Sirk, tagli e inquadrature di prim’ordine. Per cui i riconoscimenti festivalieri non scandalizzano. Quello che dispiace è l’involuzione senile di un regista che, dopo aver coraggiosamente spettinato il perbenismo borghese con una scarica di vitalità trasgressiva, ironica, energica e coloratissima (“Labirinto di passioni”, “Che ho fatto io per meritare questo?”, “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”), sublimato in poesia drammi familiari di profonda intimità (“Tutto su mia madre”, “Parla con lei”, “Volver”) e trasfigurato in incubi visionari di cupa spettacolarità brucianti denunce dei mali contemporanei (“La mala educacion”, “La pelle che abito”), ora, perduta ogni vivacità e ironia, si applica a lisciare per il verso del pelo le idee ricevute del conformismo intellettuale della sinistra che lo adora: il diritto di morire quando vogliamo, il catastrofismo green (a cui nel film dà voce John Turturro), l’intolleranza per chi la pensa diversamente (l’odioso poliziotto ottuso che arriva nel finale). Il talento di Almodovar regista non si discute, il mestiere si è scaltrito, ma la battaglia ci sembra di retroguardia. Persa ogni speranza per il futuro, l’artista progressista del 2024 celebra la morte in una confezione impeccabile, conferendole una dignità glamour, impaginandola con eleganza e servendocela dentro un pacco dono ben infiocchettato. Se non abbiamo capito male, il messaggio (come si diceva una volta), in questa valle di lacrime senza speranza, è quello di mettere la morte in ghingheri e sceglierla con determinazione. In questo senso rappresenta davvero il film dell’anno, capace di riflettere la lucida freddezza, orgogliosamente priva di pietas e di senso del sacro, con cui corriamo, tronfi e compiaciuti, incontro al buio.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“La grandezza della nostra infelicità e disperazione si misura sugli inchini reverenziali riservati a “La stanza accanto” di Pedro Almodovar,” Da LA MORTE ACCANTO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)


